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Ogni volta che accade un fatto grave, la politica corre a spartirsi il dolore. Anche di fronte a un attentato, a un gesto minatorio che colpisce una persona e scuote la coscienza collettiva, la prima reazione non è spesso la solidarietà, ma la ricerca di una matrice politica. Succede anche con la vicenda Ranucci, dove invece di unire intorno al valore della libertà di informare, si è finito col misurare le reazioni a seconda degli schieramenti.
Attribuire un colore politico a un atto del genere è un errore che rasenta l’ipocrisia. Perché la libertà di stampa non ha bandiera. E perché la responsabilità del suo declino appartiene all’intero arco parlamentare. Basta guardare il modello Rai, diviso da sempre in lotti, quote e incarichi spartiti tra partiti. Un sistema consolidato, accettato da tutti e mai messo davvero in discussione.
Politicizzare la paura di un giornalista, o l’intimidazione subita da chi cerca solo di raccontare i fatti, significa togliere valore al gesto di solidarietà che pure avrebbe dovuto essere naturale. Il centrodestra e il centrosinistra — se davvero credessero nell’autonomia del giornalismo — avrebbero già costruito un modello capace di liberare la stampa dai condizionamenti.
Servirebbe una riforma vera, che preveda sostegni economici diretti a soggetti giuridici composti esclusivamente da giornalisti. Cooperative, società o fondazioni che possano contare su contributi pubblici incondizionati, così da garantire stipendi e libertà di scrittura. Invece, oggi, i finanziamenti finiscono spesso in mano a editori che hanno altri interessi. E così la voce del cronista si piega, più o meno consapevolmente, a logiche estranee all’informazione.
Anche il giornalista che si crede libero, in realtà, lo è solo fino a un certo punto. Pubblicità, promesse di incarichi, rapporti economici: sono le catene sottili di un sistema che preferisce non parlarne, perché parlarne vorrebbe dire mettersi in discussione. La politica vuole davvero una stampa libera? O preferisce tenerla sotto scacco? E i cittadini cosa vogliono? Preferiscono additare i giornalistici come “venduti” per poi pagare il canone Rai in silenzio o stazionare sotto i palchi dei comizi di chi vuole un giornalismo condizionato?
Di fronte a un attentato, però, il dibattito politico dovrebbe tacere. La solidarietà si esprime per la persona, non per la bandiera che si presume rappresenti. Tutto il resto spetta alla magistratura. Chi cerca di trasformare il dolore in propaganda mostra la vera misura della propria incoerenza.
L’autonomia giornalistica non si invoca: si costruisce. E finché la politica continuerà a usarla come terreno di scontro, resterà solo una parola spesa nei discorsi e tradita nei fatti.
Matteo Lauria – Direttore I&C






