Dal caso Piantedosi a vicende passate, il nodo non è politico ma umano: favoritismi e tentazioni vanno affrontati senza ipocrisie – Le tentazioni esistono. Sempre. Nella vita quotidiana come nelle stanze del potere. Fingere il contrario significa raccontare una realtà che non esiste.
I casi recenti, dal ministro Piantedosi fino alle vicende legate a rapporti personali e incarichi, riaccendono un dibattito che ciclicamente torna. Ma il punto non è scandalizzarsi. Il punto è capire.
Le debolezze appartengono agli individui, non alle etichette politiche. Situazioni simili si sono verificate nel centrodestra come nel centrosinistra. Molte altre, semplicemente, non sono mai emerse. Per questo è difficile accettare la narrazione moralista che si attiva solo quando un fatto diventa pubblico.
Il problema non è la tentazione. Il problema nasce quando quella tentazione si trasforma in favoritismo, in scorciatoia, in abuso. È lì che si rompe il patto tra istituzioni e cittadini.
E allora la domanda è inevitabile: vogliamo davvero stigmatizzare le tentazioni? Chi può dire di esserne immune? Il lavoro da fare è più profondo. Riguarda la cultura, l’etica personale, il senso del limite.
La politica entra in gioco solo quando si supera quella linea e si entra nell’ambito dei reati. In quel caso, è giusto che chi sbaglia paghi. A titolo personale. Senza alibi, senza coperture.
La magistratura deve fare il suo percorso per contrastare fenomeni diffusi come clientelismo e favoritismi. Con una speranza: che gli esiti siano chiari e giusti.
Perché il vero obiettivo non è alimentare polemiche, ma costruire una società migliore, più consapevole e meno ipocrita.
Matteo Lauria – Direttore I&C
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