Deposito dei bilanci, commercialisti contrari all’estensione ai consulenti del lavoro

I commercialisti della Calabria e della Basilicata si schierano contro la proposta di estendere ai consulenti del lavoro la facoltà di depositare i bilanci societari presso il Registro delle imprese e di attestare la conformità dei documenti trasmessi agli originali conservati dalla società. La disposizione è contenuta nel disegno di legge annuale sulla Concorrenza. La Federazione regionale, che riunisce 13 Ordini territoriali e rappresenta più di 4.000 commercialisti, annuncia il proprio sostegno alle iniziative del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili per chiederne la modifica. Anche il Consiglio nazionale ha espresso pubblicamente la propria contrarietà.

Al centro della presa di posizione c’è il significato del deposito. Secondo la Federazione, definirlo un semplice invio telematico trascura la responsabilità assunta dal professionista: chi trasmette i documenti ne attesta la conformità agli originali depositati presso la società. È una funzione prevista dall’articolo 31 della legge 340 del 2000, nell’ambito delle procedure che rendono accessibili ai terzi le informazioni societarie.

Il bilancio è il documento attraverso cui una società rappresenta la propria situazione patrimoniale, economica e finanziaria. La sua pubblicazione interessa quindi non soltanto l’impresa che lo deposita, ma anche soci, creditori, banche, pubbliche amministrazioni e altri soggetti che consultano il Registro. Da qui l’argomento dei commercialisti: la trasmissione avviene in un contesto nel quale devono essere chiari sia il ruolo di chi interviene sia la responsabilità che accompagna l’attestazione.

«La questione non riguarda la dignità di una professione rispetto a un’altra», afferma Eustachio Ventura, presidente della Federazione. «Riguarda un principio di chiarezza dell’ordinamento: le funzioni professionali devono essere coerenti con le competenze che lo Stato richiede, verifica e mantiene attraverso formazione, esame di Stato e aggiornamento professionale». Per Ventura, il deposito del bilancio «non può essere considerato un’attività indistinta e fungibile».

La Federazione richiama le differenze tra i percorsi e gli ambiti professionali delle due categorie. Quello dei dottori commercialisti e degli esperti contabili è incentrato sulle materie economico-aziendali, societarie e contabili; quello dei consulenti del lavoro si concentra sul diritto del lavoro, sulla previdenza e sull’amministrazione del personale. Nel comunicato si osserva inoltre che l’accesso all’Albo dei consulenti del lavoro ha seguito, nel tempo, percorsi formativi differenti. È su questa base che i commercialisti contestano un’estensione generalizzata della facoltà di depositare i bilanci, senza che la proposta risponda, a loro giudizio, alla questione delle competenze richieste.

La contestazione investe anche la collocazione della misura nel Ddl Concorrenza. La Federazione pone una domanda al legislatore: se il deposito fosse soltanto un’operazione materiale, perché riservarne l’esecuzione a determinate categorie professionali? Se invece comporta una specifica responsabilità legata alla documentazione contabile, sostiene, la formazione richiesta a chi svolge l’incarico dovrebbe essere parte della valutazione parlamentare.

Non è la prima volta che si propone di intervenire su questa disciplina. Secondo la ricostruzione della Federazione, iniziative analoghe erano state avanzate nel luglio 2022 e nel novembre 2023 senza modificare le regole vigenti. L’organismo riferisce inoltre che, nei relativi passaggi istituzionali, il Ministero della Giustizia aveva espresso valutazioni negative sull’estensione. I commercialisti chiedono perciò quali elementi nuovi motivino oggi una scelta diversa.

Il confronto resta aperto durante l’esame parlamentare. La Federazione di Calabria e Basilicata chiede che la disposizione venga riconsiderata e lega la propria richiesta a un criterio di trasparenza per imprese e cittadini: sapere quali professionisti sono abilitati a svolgere una funzione e quali competenze sono richieste per esercitarla. «Non difendiamo un privilegio di categoria», conclude Ventura. «Difendiamo un principio: il cittadino e l’impresa devono sapere chi è abilitato a fare cosa e quali competenze l’ordinamento garantisce dietro quella abilitazione».

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