Editoriale | Sanità calabrese, tra polemiche e realtà: il costo della sfiducia collettiva

In Calabria parlare di sanità significa entrare in un terreno delicato. I problemi esistono, sono evidenti e nessuno li nega. Strutture da migliorare, attese troppo lunghe, organizzazione spesso in affanno. Tutto vero. Ma c’è un punto che merita attenzione: il racconto che si fa del sistema sanitario pubblico sta andando oltre la realtà dei fatti. E spesso per interessi e speculazioni varie!

Negli ultimi anni si è sviluppato un accanimento continuo, spesso legato alla dialettica politica. Quando governa una parte, l’altra attacca. E il copione si ripete a ruoli invertiti. Il risultato non è un miglioramento del servizio, ma un clima di sfiducia diffusa.

La sanità pesa per circa il 70% sul bilancio regionale. Un dato enorme, che spinge partiti e amministratori a porla al centro del confronto. Tuttavia, più che un impegno concreto per il cittadino, si avverte spesso una competizione fatta di accuse e contrapposizioni. La sanità diventa terreno di scontro, non di soluzione, è la sensazione che emerge tra i cittadini.

Questa narrazione continua produce effetti precisi. Il primo è la perdita di fiducia nel servizio pubblico. Il secondo è la fuga verso altre regioni. Ogni anno la Calabria paga circa 300 milioni di euro per la mobilità sanitaria passiva. Risorse che escono dalle tasche dei contribuenti calabresi e finiscono altrove.

È giusto chiarire un punto. In alcuni casi, come per patologie oncologiche complesse, la scelta di curarsi fuori regione può essere comprensibile. L’innovazione tecnologica non è sempre allo stesso livello. Ma oggi molte terapie, grazie a protocolli aggiornati, possono essere seguite anche sul territorio. Dopo una prima fase fuori, il percorso può continuare vicino casa.

Esistono poi criticità quotidiane: attese lunghe, episodi isolati legati a comportamenti individuali, difficoltà organizzative. Ma trasformare tutto questo in un racconto costante di inefficienza totale è un grave errore. Questo approccio finisce per danneggiare proprio il sistema pubblico. Alimenta il ricorso al privato e rafforza altre realtà regionali. In sostanza, chi dice di difendere la sanità pubblica rischia di indebolirla.

Serve equilibrio. Il senso critico è necessario, ma deve restare ancorato ai fatti. Esagerare significa creare paura e spingere i cittadini a non fidarsi più. La sanità non è un campo di battaglia politica. È un servizio essenziale. E su questo terreno serve responsabilità. Criticare sì, distruggere no, dovrebbe essere la linea guida. La classe dirigente ha il dovere di misurare le parole e le azioni. Ogni dichiarazione ha un peso. Ogni attacco può incidere sulla percezione collettiva. E la percezione, oggi più che mai, incide sulle scelte delle persone. Recuperare fiducia è possibile. Ma richiede serietà, meno propaganda e più concretezza.

Matteo Lauria – Direttore I&C

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