L’accoltellamento mortale avvenuto tra studenti non può essere liquidato come un fatto isolato o come l’ennesimo episodio di cronaca nera. È un segnale chiaro che interpella il sistema scolastico e chi lo governa. La scuola non è solo un luogo di istruzione, ma uno spazio di formazione civile. Quando fallisce questo compito, le conseguenze possono essere drammatiche.
Negli ultimi anni l’equilibrio tra istituti, famiglie e studenti si è progressivamente alterato. Ai genitori è stato concesso un peso crescente nelle scelte educative, spesso a discapito dell’autonomia degli insegnanti e della direzione scolastica. Un’influenza che, in molti casi, ha indebolito l’autorevolezza di chi ogni giorno lavora nelle aule. La scuola non può funzionare come un servizio a richiesta, modellato sulle pressioni esterne.
L’insegnante non è un impiegato da valutare con recensioni informali o minacce di ricorso. È una figura educativa che deve poter esercitare il proprio ruolo senza timore di ritorsioni. Senza rispetto per questa funzione, ogni regola perde valore e ogni richiamo diventa negoziabile. Così si crea un clima in cui i limiti scompaiono e il senso di responsabilità si dissolve.
A questo si aggiunge un altro problema evidente: la corsa alle iscrizioni. Alcuni istituti, per evitare classi vuote, abbassano l’asticella delle pretese formative. Promozioni facili, sanzioni ridotte, conflitti evitati pur di non perdere studenti. Una deriva che trasforma la scuola in un luogo permissivo, dove il messaggio implicito è che tutto è concesso e nulla ha conseguenze reali.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Ragazzi che faticano a riconoscere l’autorità, che reagiscono alla frustrazione con aggressività, che non distinguono più tra ciò che è lecito e ciò che non lo è. In questo contesto, la violenza non nasce dal nulla. È il frutto di una progressiva rinuncia al rigore educativo.
Serve quindi una discussione severa, senza ipocrisie. La scuola deve tornare a essere un presidio di regole chiare. Non per punire, ma per educare. Le norme non limitano la libertà, la rendono possibile. Un ambiente ordinato, prevedibile, giusto aiuta i giovani a crescere e a confrontarsi con i propri limiti.
In questo quadro si inserisce anche il tema delle divise. Non come simbolo nostalgico, ma come strumento di uguaglianza e appartenenza. L’abbigliamento uniforme riduce le differenze sociali, abbassa le tensioni legate all’apparenza, rafforza l’idea di comunità. Indossare la stessa tenuta significa riconoscersi parte di un contesto comune, con diritti e doveri condivisi.
Naturalmente, nessuna misura è risolutiva da sola. Ma il ritorno a una maggiore disciplina, accompagnato da un chiaro ridimensionamento del potere genitoriale nelle dinamiche interne, può restituire centralità alla scuola. Le famiglie devono collaborare, non sostituirsi. Il loro ruolo è fondamentale, ma distinto.
Dopo una morte così grave, non bastano parole di circostanza. Occorrono scelte coraggiose, anche impopolari. Continuare sulla strada della permissività significa accettare il rischio che episodi simili si ripetano. Restituire autorevolezza alla scuola è un atto di responsabilità collettiva. Verso gli studenti, verso chi insegna, verso l’intera società.
Matteo Lauria – Direttore I&C
![]() |
![]() |
![]() |
![]() |






