EDITORIALE| Corigliano Rossano, il silenzio che parla troppo

C’è una malattia antica che la città di Corigliano Rossano (e non solo)  non ha mai curato: l’omertà. Non è fatta di minacce esplicite o di sguardi torvi. È più sottile, più civile, più comoda. È l’abitudine a non metterci la faccia. Arrivano lettere in redazione firmate da email anonime, comunicati senza nomi, comitati che parlano ma non si mostrano.  È successo, per esempio, che in un articolo su alcuni lavori stradali davanti al liceo scientifico di Rossano sia arrivata in redazione una segnalazione: “Avete lasciato visibile la targa di un’auto, va coperta”. Un’osservazione legittima, perché la privacy va rispettata, soprattutto quando il proprietario del veicolo non è parte della notizia. Ma il punto non è tecnico, è culturale. Quel messaggio nasconde un’altra realtà: la paura di essere riconosciuti. Anche di fronte a un semplice disagio — un cantiere, una strada chiusa, un intervento pubblico — si teme che comparire in una foto o in un video possa “mettere nei guai”. È come se dire “io ci sono” fosse diventato un rischio. E così, dietro la richiesta formale di coprire una targa, si intravede una città che continua a nascondersi, anche quando chiede solo che le cose funzionino come dovrebbero.

Lo stesso meccanismo si è visto anche dopo la sparatoria avvenuta a Rossano questa estate. Pochi hanno parlato, quasi nessuno ha raccontato ciò che ha visto. Le versioni circolavano sottovoce, tra mezze frasi e smentite veloci. Chi c’era, chi ha sentito, chi ha visto, ha preferito tacere. Anche qui segnalazioni varie per targhe da coprire!  È un silenzio che pesa più dei colpi sparati. Perché non nasce solo dalla paura, ma da una abitudine radicata a non esporsi, a non “mettere il naso”, a pensare che sia meglio stare fuori da tutto. Salvo poi voler sapere e conoscere degli altri quando non si è protagonisti. La classica politica dei “ficcanaso” la cui cultura mette all’angolo questa città sul piano delle reazioni.  Eppure, ogni volta che si sceglie di tacere, si accetta che quel silenzio diventi parte del problema. Una città che non parla è una città che si lascia raccontare dagli altri — e quasi mai nel modo giusto.

Anche l’autorità giudiziaria  lo ripete da anni: questa è una città che non aiuta. Che non parla. Che non denuncia. E la cosa inquietante è che non sembra nemmeno stupire più nessuno. Ci si giustifica dicendo che “tanto non cambia nulla”, oppure che “qualcun altro lo farà”, oppure la diffidenza nei riguardi delle istituzioni. Si delega, si tace, si osserva. Ma quel silenzio, alla lunga, diventa complicità. È una questione culturale, prima ancora che sociale. Qui la paura di esporsi ha sostituito il coraggio di esserci. È un modo di vivere che genera povertà di fiducia, e dove manca fiducia non cresce mai partecipazione. Il risultato è una città che si lamenta, ma non reagisce. Che scrive tanto, ma firma poco. Che critica, ma non costruisce. Eppure, basterebbe poco per invertire la rotta: ricominciare a dire “io”. A parlare apertamente, a prendersi la responsabilità delle proprie idee. Perché finché l’omertà resterà una forma di convivenza accettata, Corigliano Rossano continuerà a essere spettatrice della propria resa.

Matteo Lauria – Direttore I&C

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