Editoriale | Il clamore selettivo e il silenzio imposto a chi subisce lontano dai riflettori

Perché un fatto largamente diffuso diventa notizia solo quando riguarda personaggi celebri?
Il tema non è nuovo, ma continua a emergere con forza ogni volta che coinvolge volti conosciuti. Avances, pressioni, abusi, ricatti: pratiche che colpiscono uomini e donne di ogni età, spesso legate a rapporti gerarchici. Dinamiche che prosperano dove esiste dipendenza economica o professionale e che aprono la strada a estorsioni silenziose. Episodi numerosi, quotidiani, che raramente trovano spazio perché non portano firme famose.

Il cosiddetto «caso Signorini» non può essere trattato come una vicenda di serie superiore solo per l’ambiente in cui nasce. Il mondo degli invisibili resta fuori dall’agenda pubblica, privo di protezione e attenzione. E non spetta all’informazione sostituirsi alla magistratura: entrare nell’intimità delle persone significa maneggiare dati sensibili, con il rischio di travalicare limiti che vanno rispettati.

Serve autonomia reale, distanza da poteri pubblici e da quelli sociali. La questione centrale è la fiducia. Quando manca, la denuncia non arriva. Il cittadino si chiude, sceglie il silenzio. Le strade sono due: continuare a subire oppure andarsene. Entrambe segnano una sconfitta collettiva. E pensate quanto la percentuale delle vittime aumenti nelle terre in cui è prevalente lo stato bisogno!

Questa vicenda, ancora in evoluzione, dovrebbe aprire riflessioni serie. La prima riguarda chi accumula influenza fino a diventare intoccabile. La seconda tocca la degenerazione delle carriere accelerate in cambio di intimità. Fenomeni che non abitano solo le grandi città, ma anche territori più piccoli, spesso convinti di esserne immuni.

L’auspicio è che «Corona» abbia aperto un varco utile alle istituzioni, indicando come intervenire con chiarezza e rigore. Perché tornare a credere che la legge valga per tutti non è retorica: oggi, troppi non lo pensano più.

Matteo Lauria – Direttore I&C

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