Editoriale | Calabria perde studenti: 4606 in meno, silenzi e inerzie che pesano sul futuro

Iscrizioni in calo per il nuovo anno: giovani in fuga, territori svuotati, istituzioni ferme mentre cresce il rischio desertificazione sociale. Il dato è netto, senza attenuanti: 4606 studenti in meno in un solo anno. Non è una flessione marginale, ma il segnale evidente di una regione che continua a perdere pezzi della propria comunità più giovane. La Calabria, che oggi rappresenta circa l’undici per cento della demografia meridionale, verosimilmente, fra meno di 100 anni, avrà una popolazione che oscillerà intorno ai 900mila abitanti. Così come lungo l’area dell’Arco Jonico Sibarita e Crotoniate, dagli attuali 415mila si passerà a poco più di 200mila abitanti complessivi.E mentre le proiezioni indicano un peggioramento, il dibattito resta superficiale, spesso ridotto a formule vuote e rassicuranti.

Ridurre tutto allo spopolamento dei borghi significa non voler vedere. La questione è più profonda: mancanza di lavoro stabile, servizi fragili, prospettive limitate. In questo contesto, le famiglie scelgono di andare via. Non per capriccio, ma per necessità. Da anni si insiste su turismo e agricoltura come pilastri. Due settori importanti, ma insufficienti se non accompagnati da una strategia complessiva. I numeri parlano chiaro e smontano la retorica: migliaia di studenti in meno equivalgono a meno scuole, meno docenti, meno futuro. La politica non può restare immobile. Serve una classe dirigente capace di leggere la realtà e intervenire. Invece si assiste a una difesa dello status quo che favorisce equilibri consolidati. Il risultato è una paralisi che diventa sistema.

Il dimensionamento scolastico è già scritto: meno iscritti porteranno a tagli, accorpamenti, proteste. Un copione noto, che si ripete senza che si affrontino le cause. La paura di cambiare, di rivoluzionare gli attuali assetti, determina una fuga fisiologica da una regione che potrebbe dare tanto. E qui la crisi è strutturale: la paura di cambiare è trasversale, appartiene tanto al centrodestra quanto al centrosinistra. Un esempio emblematico lo viviamo in riva allo jonio. Da anni esistono proposte concrete. Il progetto della provincia della Magna Grecia con due capoluoghi (Crotone e Corigliano Rossano) e della costituzione di un’area metropolitana Gallipoli – Crotone, nel golfo di Taranto sono presenti ben 24 scali portuali che se collegati creerebbero una forte integrazione tra territori, generando sviluppo e occupazione. Così come l’idea di una nuova provincia tutta jonica aiuterebbe a riequilibrare risorse e funzioni amministrative. Singole concentrazioni polarizzate solo nei capoluoghi generano povertà, lo dice la storia, lo dice il presene. E noi cosa facciamo? Perseveriamo!

Basta osservare i numeri sui dipendenti pubblici raccontano una distribuzione squilibrata: concentrazione in poche città, periferie indebolite. Dove arrivano risorse, cresce economia. Dove mancano, aumenta il divario. Il punto non è l’assenza dello Stato. Lo Stato in Calabria c’è, eccome: è presente a Cosenza con decine di uffici e strutture pubbliche con un corrispettivo occupazione di 18mila unità; è presente a Catanzaro con oltre 27000 dipendenti; è presente a Reggio Calabria, a Vibo. A Castrovillari dove il numero dei dipendenti supera Corigliano Rossano e Crotone nei cui centri i numeri sono raccapriccianti: appena 5000-6000 occupati, a fronte di popolazioni comparabili o addirittura superiori. Una disparità che non è solo statistica, ma sostanziale. Dove lo Stato non si insedia, non porta uffici, tribunali, scuole, ospedali, si crea un deserto di opportunità che alimenta emigrazione, marginalità e impoverimento.

A questo si aggiunge una burocrazia che frena ogni iniziativa. Investimenti bloccati, imprenditori scoraggiati, occasioni perse. Le cosiddette politiche del rifiuto diventano un ostacolo continuo allo sviluppo, anche quando si parla di progetti compatibili con il territorio. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: giovani che partono, scuole che si svuotano, comunità che invecchiano. Non è più tempo di analisi generiche o promesse. Serve una presa di posizione chiara. O si cambia rotta, oppure il conto sarà sempre più pesante. E quei 4606 studenti in meno saranno solo l’inizio.

Matteo Lauria – Direttore I&C

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