Dalle piazze alla televisione, dai social ai talk urlati: così cresce una generazione educata allo scontro – Quello avvenuto a Torino non è un fatto isolato. È violenza. Un poliziotto aggredito durante una manifestazione rappresenta un segnale grave, che non può essere archiviato come incidente o eccesso. Chi colpisce una divisa colpisce lo Stato. E se a farlo sono ragazzi, allora la domanda non può fermarsi al gesto. Deve andare più a fondo. Perché quella mano si alza? Da dove nasce quella rabbia? La risposta è scomoda. Quelle persone non sono nate così. Sono state educate così. La violenza non esplode dal nulla, viene insegnata. A volte in casa, altre nei banchi, altre ancora negli spazi dove si forma il pensiero collettivo.
Famiglia, scuola, chiesa, comunità restano pilastri. Ma oggi c’è un attore che pesa più di tutti e che è stato cancellato dall’elenco delle responsabilità: la comunicazione. Televisione, dibattiti, programmi serali hanno trasformato il confronto in rissa permanente. Si interrompe, si provoca, si alza il tono. Tutto studiato per attirare attenzione. Lo scontro fa ascolti. L’equilibrio no.
La politica ha imparato in fretta. C’è chi pensa che alzare la voce equivalga ad avere idee. In realtà spesso è l’opposto. Si urla quando mancano contenuti, quando non si sa convincere con il ragionamento. Questo modello viene assorbito. I più giovani guardano, imitano, replicano. Se chi parla in pubblico insulta, deride, delegittima, perché le nuove generazioni dovrebbero agire diversamente?
Poi ci sono le piattaforme. Video brutali, messaggi carichi di rancore, canali senza controllo. Tutto accessibile, tutto normale. E lo Stato osserva. In silenzio. Salvo poi stupirsi davanti a un’aggressione. Continuare a intervenire solo dopo significa sbagliare strada. Reprimere senza prevenire porta a norme sempre più dure, a controlli sempre più stretti, a un clima soffocante. La vera risposta è un’altra. Educare. Formare. Restituire dignità alle parole. Ricordare che chi ha un microfono parla a milioni di persone e ne influenza il comportamento. Senza questo cambio di rotta, la cultura dell’odio continuerà a crescere. E ogni nuova violenza sarà solo la conseguenza, non il problema.
Matteo Lauria – Direttore I&C
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