Le città e i territori pagano un prezzo alto quando i partiti politici smettono di funzionare davvero e si trasformano in contenitori vuoti, animati da pochi adepti chiusi in cerchie ristrette. In queste condizioni, lo sviluppo si inceppa, le energie migliori si disperdono e la fiducia dei cittadini si consuma.
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Quando questa dimensione viene tradita, gli effetti sono devastanti. Mettere alla guida persone prive di conoscenza del territorio, passione e senso di appartenenza — scelte più per fedeltà personale che per merito — significa condannare un territorio all’immobilismo. Figure mantenute in ruoli non adeguati, sostenute dal potente di turno per logiche di convenienza, finiscono per alimentare un sistema sterile, incapace di generare valore.
I partiti, invece, dovrebbero essere presìdi vivi di partecipazione. Nelle realtà locali, servirebbero coordinatori non solo preparati politicamente, ma anche capaci di includere, ascoltare e valorizzare. Troppo spesso, al contrario, si preferisce circondarsi di persone compiacenti, per timore del confronto con chi potrebbe dimostrarsi più competente. È una scelta miope, che impoverisce il dibattito e blocca ogni possibilità di crescita.
I circoli di partito dovrebbero tornare a essere luoghi reali e simbolici di incontro: spazi di confronto tra dirigenti, iscritti e cittadini, dove far nascere idee e proposte concrete per il territorio. E invece, in molti casi, questi luoghi non esistono più, né fisicamente né virtualmente. Persino i social — oggi strumenti fondamentali di partecipazione e comunicazione — sono spesso trascurati, con partiti locali privi di una presenza minima capace di informare e coinvolgere anche i giovani.
È difficile immaginare una buona politica se continua a prevalere l’idea che essa sia soprattutto un mezzo di sostentamento personale, uno “stipendificio”, anziché un servizio alla comunità. Questo approccio svuota la politica del suo senso più profondo e allontana le persone migliori, lasciando spazio a mediocrità organizzate.
Queste dinamiche non sono astratte né lontane: anche nella mia Corigliano-Rossano e nella mia area politica del centro-destra non si è immuni da tali logiche. Anzi, proprio qui si avvertono segnali che dovrebbero far riflettere seriamente. Se non si avrà il coraggio di cambiare mentalità, abbandonando pratiche autoreferenziali e aprendo davvero alla competenza e alla partecipazione, la previsione è fin troppo facile: queste debolezze presenteranno il conto già nelle prossime tornate elettorali.
Serve un cambio di mentalità netto e coraggioso. I sistemi di potere che oggi reggono le fila, favorendo ambizioni non sempre meritate, possono forse garantire equilibri nel breve periodo, ma nel lungo producono stagnazione, disuguaglianze e declino. E il danno non è solo politico: diventa economico, sociale e culturale.
Le città con grandi potenzialità rischiano così di rimanere indietro, soffocate da una gestione inadeguata, priva di visione e incapace di stimolare sviluppo. In questo quadro, anche le opposizioni hanno una responsabilità fondamentale: non limitarsi alla critica, ma esercitare un ruolo attivo di controllo, proposta e stimolo.
Rimettere al centro il significato autentico della politica — come arte del governare per il bene comune — non è solo auspicabile: è indispensabile per restituire dignità alle istituzioni e futuro ai territori.
Già dirigente di partito
Giovanni Antoniotti






