C’è una cosa che fa più male dell’esclusione. L’ambiguità. Perché se un artista decide di fare un incontro privato, riservato, chiuso a un numero limitato di persone, lo si può anche capire. Non condividere, magari. Ma capire sì. Succede. Fa parte delle scelte organizzative, artistiche, logistiche. Però bisogna essere chiari fino in fondo. Senza giochi di prestigio. Senza raccontare una realtà e mostrarne un’altra poche ore dopo sui social.
![]() |
![]() |
![]() |
![]() |
La nostra testata, informazionecomunicazione.it, è stata contattata nei giorni precedenti dall’organizzazione e successivamente dall’ufficio stampa. Ci sono stati inviati comunicati, materiali, contenuti preparatori. Abbiamo fatto il nostro lavoro: informare, raccontare, dare visibilità all’evento.
Poi arriva il giorno dell’incontro. E viene riferito che l’evento sarà “a porte chiuse”. Solo studenti. Nessuna apertura al pubblico. Brunori, ci viene detto, preferisce un confronto intimo, senza esterni. Non canterà nemmeno. Scelta discutibile, ma legittima.
Anche se qualche domanda nasce spontanea. Perché un artista calabrese, ormai consacrato dal successo nazionale, che torna nella sua terra, in un luogo simbolico come il Patire, decide di chiudersi davanti a cento persone selezionate? Perché non aprire almeno una parte dell’iniziativa alla città? Alla gente comune? Ai tanti ragazzi, fan, curiosi, cittadini che avrebbero voluto esserci? Ma il punto non è neanche questo. Il punto è ciò che accade dopo.
Perché, terminato l’evento, bastano pochi minuti sui social per vedere Brunori che rilascia interviste. Brunori che canta. Brunori su un palco montato davanti alla chiesa del Patire. E allora la domanda diventa inevitabile: se c’era un palco, se c’erano momenti musicali, se c’erano riprese e aperture esterne, perché raccontare fino all’ultimo la favola dell’evento blindato? Qualcosa evidentemente non torna.
E questa situazione finisce per ledere tutti. L’organizzazione. La comunicazione. L’immagine stessa dell’evento. Perché il problema non è soltanto chi è rimasto fuori. Il problema è la sensazione di essere stati tenuti fuori mentre altri partecipavano tranquillamente. Perché, mentre si diceva che non ci sarebbe stato spazio per nessuno, qualcuno spazio lo ha trovato eccome. Altri giornalisti c’erano. Altri comunicatori pure. E allora diventa difficile non parlare di gestione confusa. O peggio. Da giornalista, la sensazione è imbarazzante. Da cittadino, sinceramente, anche irritante.
Perché eventi così dovrebbero unire un territorio, non creare distanze. Dovrebbero diventare occasione di partecipazione, non piccoli circoli chiusi dove alla fine entra chi deve entrare e gli altri restano a guardare Instagram.
Ora, non sappiamo cosa sia realmente successo dietro le quinte. E forse non interessa neanche troppo saperlo. Se la scelta è stata di Brunori, spiace vedere un artista che, proprio nel momento in cui raggiunge un successo più ampio, rischia di prendere quella deriva da “evento selezionato”, da presenza contingentata, da distanza costruita. Quella sindrome da vippismo che tanti artisti mostrano dopo aver passato anni a chiedere attenzione, interviste, pubblico e visibilità.
Se invece il problema è stato organizzativo, allora bisogna dirlo con chiarezza: nel 2026 errori di questo tipo sono enormi. Perché oggi la comunicazione è tutto. E creare aspettative per poi smentirle nei fatti è il modo peggiore per gestire un evento culturale.
Matteo Lauria – Direttore I&C






