Editoriale | Rossanesi trattati come appestati e silenzi sul centralismo cosentino dominante

A Corigliano Rossano il confronto pubblico continua a inciampare in una mentalità che guarda al passato e fatica a leggere il presente. Non è solo una questione di toni, che spesso degenerano oltre il limite del rispetto. Il nodo più profondo riguarda una visione distorta dei rapporti tra le due anime della città, alimentata da diffidenze antiche e mai davvero superate.

Nel mondo antifusionista, la libertà di espressione viene talvolta piegata fino a diventare terreno di attacco personale. Ma non è questo il punto principale. Ciò che colpisce è un atteggiamento radicato in una parte della società coriglianese, che continua a guardare ai rossanesi come a un corpo estraneo, quasi portatori di un male da cui difendersi. Un’immagine dura, ingiustificata, che resiste nonostante la realtà dica altro. Questo discorso, ovviamente, non è da radicalizzare, ma travolge una parte di società, spesso silenziosa. La fusione nasce come opportunità di crescita non come terreno di scontro. Altra cosa è come gestire questa fase, ma su questo mi sono soffermato già in precedenti editoriali. E allora è arrivato il momento di analizzare questo sentimento conflittuale. Perché c’è, esiste, e non c’è niente di più sbagliato che far finta di nulla!

Gli antifusionisti continuano con la filosofia di una “Rossano pigliatutto”, di una comunità che avrebbe sottratto risorse e opportunità. Eppure basta osservare la situazione attuale per rendersi conto di quanto questa narrazione sia distante dai fatti. A Rossano, negli anni, si è assistito a una progressiva perdita di presìdi e servizi. Non serve neppure elencarli: il quadro è sotto gli occhi di tutti. Eppure quel sentimento permane!

Questo scarto tra percezione e realtà lascia spazio a una domanda: da dove nasce davvero questo malessere? Non è un sentimento recente. Affonda le radici in una storia lunga, fatta di rivalità, campanilismi e incomprensioni mai affrontate fino in fondo. Ma sorprende che, anche dopo la fusione e dopo la spoliazione di tutti gli uffici sul fronte rossanese ( altro dato preoccupante), non si sia registrato alcun passo avanti sul piano culturale.

Ci si sarebbe aspettati un cambio di passo, almeno nei toni. Invece, il dibattito resta segnato da divisioni nette, spesso alimentate più da pregiudizi che da analisi concrete. E mentre si continua a guardare al vicino di casa come a un avversario, si perde di vista ciò che accade altrove.

Il dato più evidente è il silenzio su un tema ben più rilevante: il centralismo cosentino. Negli anni, molte scelte strategiche hanno penalizzato l’area jonica, concentrando risorse e servizi altrove. Eppure, su questo fronte, non si registra la stessa energia polemica. Anzi, in alcuni casi, si assiste a un atteggiamento quasi compiacente.

È una contraddizione che pesa. Si alza la voce contro una comunità che ha perso molto, mentre si evita il confronto con dinamiche che incidono realmente sul futuro del territorio. Questo squilibrio indebolisce qualsiasi battaglia, anche quella legittima di chi contesta la fusione.

Essere antifusionisti è una posizione politica rispettabile. Battersi per il ritorno alle vecchie identità amministrative rientra nel diritto di ogni cittadino. Ma il confronto deve restare sul piano delle idee, senza trasformarsi in un attacco verso chi vive dall’altra parte della stessa città.

Allo stesso modo, anche una parte della società rossanese è chiamata a fare la propria parte. Alimentare sentimenti speculari non aiuta. Le rivendicazioni possono essere portate avanti con fermezza, ma senza contribuire a irrigidire ulteriormente il clima.

Corigliano Rossano ha bisogno di uscire da questa logica. Continuare a dividersi su schemi del passato significa perdere tempo e occasioni. Il vero nodo non è chi ha preso di più o di meno, ma come costruire un futuro che non lasci indietro nessuno.

Matteo Lauria – Direttore I&C

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