‘Ndrangheta e Statale 106, prime condanne nell’inchiesta “Fattore Delta”

CATANZARO – Arrivano le prime condanne nel procedimento nato dall’operazione antimafia “Fattore Delta”, l’inchiesta coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro che ha acceso i riflettori sulle presunte infiltrazioni della ‘ndrangheta nei cantieri del terzo megalotto della nuova Strada Statale 106 Jonica, una delle opere pubbliche più importanti attualmente in corso nel Mezzogiorno.

Il giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Catanzaro, al termine del processo celebrato con rito abbreviato, ha emesso le prime sentenze nei confronti dei due principali imputati.

A Leonardo Abbruzzese, 39 anni, conosciuto come “Nino” o “Castellino”, ritenuto dagli investigatori il reggente dell’omonimo clan operante nella Sibaritide e attualmente detenuto al regime del 41-bis, è stata inflitta una pena di 7 anni, un mese e dieci giorni di reclusione.

Condanna anche per Antonio Salvo, 37 anni, di Santa Sofia d’Epiro, capo cantiere di una delle imprese impegnate nei lavori interessati dall’inchiesta. Per lui il gup ha disposto una pena di 5 anni e 4 mesi di carcere.

Nella sentenza il giudice ha confermato la sussistenza del metodo mafioso, ma ha escluso l’aggravante dell’agevolazione mafiosa. Una decisione che ha portato a una riduzione rispetto alle richieste formulate dal pubblico ministero della Dda di Catanzaro, Alessandro Riello, che aveva chiesto 7 anni e 4 mesi per Abbruzzese e 9 anni e 6 mesi per Salvo.

L’indagine ha preso forma grazie alla denuncia presentata dall’imprenditore friulano Vittorio Petrucco, titolare della I.Co.P. Spa Società Benefit di Basiliano, in provincia di Udine. Un passaggio considerato fondamentale dagli inquirenti, poiché ha consentito di ricostruire il presunto sistema estorsivo che avrebbe interessato lavori collegati alla realizzazione della variante del metanodotto “Pisticci-Sant’Eufemia”, nel territorio di Trebisacce.

Secondo quanto emerso dalle indagini, all’imprenditore sarebbe stata avanzata una richiesta estorsiva da 150 mila euro, pari al 3% del valore del subappalto da circa 5 milioni di euro.

Dalle carte dell’inchiesta emerge inoltre un sistema particolarmente sofisticato per occultare il pagamento delle somme illecite. Il denaro, secondo l’accusa, sarebbe transitato attraverso fatture per forniture e servizi inesistenti o gonfiati, emesse da aziende ritenute vicine agli ambienti criminali. Un meccanismo che avrebbe consentito di mascherare il pagamento del pizzo come normale costo aziendale.

Determinanti per l’inchiesta sono state le intercettazioni e l’analisi dei flussi finanziari, che hanno permesso agli investigatori di ricostruire il percorso del denaro e i rapporti tra i soggetti coinvolti.

Per gli stessi fatti restano sotto processo altre quattro persone che hanno scelto il rito ordinario davanti al Tribunale di Castrovillari. Il procedimento proseguirà nei prossimi mesi.

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