Bravo Codex 8e9: “Io, Mamma e Tu” riempie il “Maria De Rosis” e conferma la forza di un teatro di comunità

L’anfiteatro Maria De Rosis di Corigliano Rossano, ieri sera, era una cartolina vivente. Platea e gradinate stracolme e il vociare del pubblico in attesa. Il cartellone riportava un titolo che già da solo evocava sorrisi e curiosità: “Io, Mamma e Tu”. Non c’erano star del teatro nazionale, né grandi produzioni con budget milionari. C’era invece un gruppo di attori amatoriali, Codex 8e9, che negli anni si è guadagnato un seguito affezionato, capace di riempire sale e piazze, e di trasformare ogni spettacolo in un momento di ritrovo collettivo. Quella di ieri è stata l’ennesima conferma di un fenomeno locale che ha radici profonde: quando la bravura, la dedizione e la scrittura teatrale incontrano la verità del territorio, la gente non solo apprezza, ma risponde con entusiasmo. Lo dimostra il sold out, che non è casuale ma il frutto di un legame costruito negli anni. Prima di parlare della parte artistica, un accenno doveroso all’organizzazione. All’ingresso qualche problema di gestione degli ingressi ha creato qualche malumore, un aspetto che ha fatto borbottare qualcuno e che si potrebbe migliorare. Una volta entrati, però, il calore della gente e la cornice dell’anfiteatro hanno cancellato ogni attesa. Il pubblico era già predisposto a lasciarsi andare alle risate.

Primo atto: due famiglie e un dialetto che unisce e divide

La serata si è aperta con un quadro che ha fatto subito centro: due famiglie, una di Corigliano e una di Rossano, si ritrovano nella sala d’attesa di un ospedale. Il motivo è lieto: entrambe stanno per diventare nonni. Il terreno è fertile per il conflitto comico: il nome del nascituro, il cognome, le tradizioni. Da qui si dipana un botta e risposta in cui il dialetto diventa protagonista assoluto. Il vernacolo coriglianese e quello rossanese si intrecciano, si scontrano e si punzecchiano. Le frasi, i modi di dire, le inflessioni linguistiche sono usati come armi bonarie. Il pubblico ride, ma in quella risata c’è anche il piacere di riconoscere un suono familiare. È una comicità che non si può tradurre, che vive solo lì, in quel preciso contesto linguistico e culturale.

Secondo atto: il condominio, specchio di due mondi

Dal privato familiare si passa al sociale: la riunione di condominio. Ma non una qualsiasi. Il gruppo porta in scena un doppio confronto: da un lato Milano, dove tutto è rapido, ordinato, digitalizzato; dall’altro Corigliano-Rossano, dove il dibattito è infinito e la soluzione rimandata a data da destinarsi. Il contrasto è talmente marcato da sembrare inventato, e invece attinge a una verità che chiunque abbia vissuto riunioni di condominio a queste nostre latitudini conosce bene. Gli attori esagerano, ma lo fanno con misura, lasciando che la comicità nasca dalla verosimiglianza. Un colpo riuscito, che scatena nuove risate e commenti divertiti tra il pubblico.

Terzo atto: santi in competizione

Uno dei momenti più originali della serata è lo sketch che vede protagonisti San Francesco e San Nilo. San Francesco, figura amatissima a Corigliano, si trova a discutere con San Nilo, legato a Rossano, che lamenta di essere stato messo in ombra. Qui la comicità si sposa con la storia e la tradizione religiosa. Si gioca sull’idea che anche i santi possano avere gelosie e rivendicazioni, proprio come i vivi. Il pubblico coglie le sfumature, sorride delle battute, e molti annuiscono: è un modo per parlare di identità cittadina senza retorica, con il filtro dell’ironia.

Quarto atto: il funerale e lo scambio di salme

Il finale vira verso il grottesco: un funerale in cui, per errore, le salme vengono scambiate.
La situazione, già di per sé assurda, diventa un pretesto per scambi di battute fulminanti e scene al limite dell’incredibile. La risata qui è liberatoria: si ride anche della morte, con la leggerezza tipica di chi conosce il valore del prendersi poco sul serio.

Il filo conduttore: una satira che unisce

In ogni quadro, a legare il tutto, c’è una satira dialettale che non è mai volgare e non scade mai nella caricatura vuota. Codex 8 e 9 ha saputo negli anni trasformare il teatro in uno strumento di racconto collettivo. Già al debutto, con lo spettacolo dedicato alla fusione tra Corigliano e Rossano, il gruppo aveva dimostrato di saper usare la scena per parlare di temi identitari. Anche questa volta il messaggio passa chiaro: la comicità è un ponte tra persone e culture, anche quando le differenze sembrano insormontabili.

Il valore culturale del vernacolo

Uno degli aspetti più riusciti dello spettacolo è l’uso del dialetto. In un’epoca in cui il linguaggio tende a uniformarsi, ascoltare sul palco il suono autentico del parlato locale è un atto di resistenza culturale. Non è solo colore, ma sostanza: il dialetto porta con sé una visione del mondo, una scala di valori, un ritmo che l’italiano standard non può restituire.

Il rapporto con il pubblico

Il sold out di ieri non è un caso isolato. Codex 8 e 9 ha costruito negli anni un pubblico fedele, che non viene solo per ridere, ma per ritrovarsi. Ogni spettacolo diventa un pretesto per rivedere amici, per condividere un pezzo di memoria comune, per sentirsi parte di qualcosa. E questo è forse il successo più grande: non solo riempire le sale, ma far sì che la gente, uscendo, parli ancora delle battute, delle scene, degli attori. Tra uno sketch e l’altro, il sipario non calava mai del tutto. A riempire i cambi scena ci ha pensato un gruppo musicale che, con energia e familiarità, ha saputo tenere il pubblico dentro il flusso dello spettacolo. Non solo brani eseguiti con cura, ma anche momenti di interazione diretta: cori improvvisati, battiti di mani sincronizzati, piccoli giochi di call and response che hanno trasformato gli spettatori in co-protagonisti.
È stato un intervallo vivo, mai statico, capace di mantenere alta l’attenzione e di rendere il passaggio tra i quadri teatrali quasi impercettibile. Una scelta felice, perché la musica, così usata, non è un semplice riempitivo ma un ponte emotivo tra le diverse parti dello spettacolo.

Un ricordo che non si cancella: dieci anni dall’alluvione

Non è mancato un momento di riflessione. Nel corso della serata, è stato ricordato l’anniversario dei dieci anni dall’alluvione che colpì Corigliano e Rossano. Un evento che segnò profondamente la comunità, lasciando ferite materiali e umane. Il richiamo è arrivato senza retorica, ma con il peso della memoria condivisa: un invito a non dimenticare, a rimanere consapevoli della fragilità del territorio e della necessità di prendersene cura. Il pubblico ha accolto il momento con rispetto e silenzio, a dimostrazione che, anche in una serata di leggerezza, c’è spazio per la memoria e per il riconoscimento delle prove superate insieme.

L’unica nota stonata

La durata. Lo spettacolo, pur scorrevole e ricco, è forse andato un po’ oltre il tempo ideale. Alcuni sketch avrebbero potuto essere snelliti senza perdere efficacia. Un appunto che non toglie merito alla prova corale, ma che vale la pena considerare per il futuro. “Io, Mamma e Tu” non è stato solo uno spettacolo, ma una dichiarazione d’amore per un territorio e per la sua gente. Codex 8 e 9 ha dimostrato che il teatro amatoriale, quando fatto con competenza, passione e rispetto del pubblico, può competere in intensità e qualità con produzioni ben più blasonate. Il Maria De Rosis, ieri sera, non era solo un luogo di spettacolo. Era una piazza allargata, un crocevia di storie, un rifugio in cui ridere delle proprie manie e debolezze. E, in fondo, è proprio questo che il teatro dovrebbe essere.

Matteo Lauria – Direttore I&C

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