Il bullismo non è una parentesi adolescenziale né un comportamento goliardico. È una dinamica che segna profondamente chi la subisce, incide sulle famiglie, mina la fiducia nelle istituzioni educative e scolastiche. Secondo le rilevazioni più recenti, in Calabria, un ragazzo su tre vive esperienze di sopraffazione. Numeri che raccontano una realtà diffusa, ma ancora troppo sottovalutata. In questo scenario si inserisce il lavoro del Garante regionale per la tutela delle vittime di reato, figura istituzionale chiamata ad ascoltare, raccogliere segnalazioni e trasformarle in azioni concrete. Alla guida dell’Ufficio regionale, l’avvocato Antonio lomonaco rappresenta una voce che non si limita alla denuncia ma costruisce percorsi di prevenzione. Il suo ruolo, pur istituzionale, ha un risvolto umano evidente: dare sostegno a famiglie e minori che si trovano ad affrontare dinamiche di violenza, spesso invisibile, nei contesti quotidiani. Non si tratta solo di redigere relazioni o protocolli, ma di aprire spazi di confronto tra scuola, genitori, educatori e istituzioni. Il bullismo non è soltanto aggressione fisica o verbale. È un insieme di atteggiamenti che spaziano dalla derisione sistematica all’isolamento, dall’offesa reiterata alla diffusione di immagini e contenuti offensivi online. Il filo rosso è la sopraffazione, la ricerca di potere da parte di alcuni ai danni di altri. Definirlo solo come un problema scolastico significa restringere il campo. In realtà, è un tema culturale, perché rimanda a modelli sociali che legittimano la forza come strumento di affermazione. Uno dei nodi principali è la difficoltà a denunciare. I ragazzi vittime di bullismo spesso non parlano per paura di ritorsioni o per vergogna. Il silenzio diventa così un alleato della prevaricazione. Le famiglie, in alcuni casi, non riescono a cogliere i segnali, altre volte temono lo stigma. Questo porta a un sommerso molto esteso, che rende i numeri ufficiali soltanto la punta di un iceberg.
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L’azione del Garante: ascolto e raccolta delle segnalazioni
L’Ufficio del Garante ha messo al centro la funzione di raccolta delle segnalazioni. Genitori preoccupati hanno trovato un punto di riferimento istituzionale in grado di accogliere le loro voci. Monaco sottolinea che non basta registrare denunce: serve una rete di intervento. L’Ufficio si è mosso fin da subito per non limitarsi a una funzione burocratica, ma per farsi promotore di iniziative che scuotano il territorio. Uno degli strumenti concreti è stato il bando “Tis Bullo”, ideato per coinvolgere gli istituti scolastici della regione. L’iniziativa ha invitato i ragazzi a elaborare opere sul tema del bullismo, stimolando riflessione e creatività. La risposta è stata ampia: numerose scuole hanno aderito, segno che il tema tocca da vicino comunità educative e studenti. L’idea alla base è semplice ma potente: dare voce ai ragazzi, permettere loro di raccontare e rappresentare il fenomeno con i linguaggi che conoscono meglio. «La valutazione dei lavori ha portato a individuare quattro elaborati di particolare rilevanza, con un ex aequo per il terzo posto. Le opere premiate non rappresentano soltanto la capacità creativa degli studenti, ha affermato l’avvocato Lomonaco, ma diventano un patrimonio collettivo, testimonianza che il bullismo non è più un tabù ma un tema che si può discutere apertamente. A settembre è prevista la cerimonia di premiazione, un momento che avrà anche un forte valore simbolico: dare visibilità a chi ha avuto il coraggio di raccontare».
Oltre i premi: la cultura della prevenzione
Lomonaco è chiaro: non è il riconoscimento economico a fare la differenza, bensì la costruzione di una cultura condivisa. Il denaro è un incentivo, ma il vero obiettivo è che la comunità scolastica impari a leggere i segnali, a prevenire i comportamenti violenti, a promuovere empatia e rispetto. La prevenzione è la parola chiave che ritorna in ogni discorso e in ogni azione. Il tema della sensibilizzazione è spesso citato, ma rischia di rimanere un esercizio retorico se non si traduce in pratiche quotidiane. Per questo il Garante insiste sull’importanza dell’educazione trasversale: non solo lezioni teoriche, ma esperienze concrete in cui i ragazzi imparano a riconoscere il valore del rispetto reciproco. La scuola, però, non può essere lasciata sola: serve il contributo di allenatori, associazioni sportive, parrocchie, enti culturali. Ogni contesto formativo diventa parte di un’unica rete. Uno degli aspetti più complessi riguarda la difficoltà dei ragazzi a esprimere ciò che vivono. Il bullismo colpisce l’autostima, porta alla chiusura, isola. Per questo è raro che un ragazzo trovi la forza di raccontare. Il compito degli adulti è saper cogliere i segnali: un improvviso calo scolastico, la perdita di interesse per attività prima amate, cambiamenti nel comportamento. Saper leggere queste “spie” è decisivo per intervenire in tempo.
La famiglia come primo presidio
Le famiglie hanno un ruolo cruciale: non solo come ambiente affettivo ma come osservatori attenti. Molti genitori faticano a distinguere i comportamenti tipici dell’adolescenza da campanelli d’allarme di situazioni più gravi. Il lavoro di formazione e informazione verso i genitori è dunque una parte essenziale del contrasto al bullismo. Gli istituti scolastici sono il luogo dove più frequentemente si manifesta il fenomeno. Qui la responsabilità non è soltanto dei docenti, ma dell’intera comunità scolastica. Dirigenti, insegnanti, collaboratori: ognuno può diventare un punto di osservazione e di sostegno. Programmi di formazione per i docenti, protocolli chiari di intervento, figure di riferimento interne: questi strumenti rafforzano la capacità della scuola di agire tempestivamente. Anche le realtà sportive sono centrali. L’allenatore che accompagna i ragazzi nello sport diventa spesso un adulto di riferimento, in grado di intercettare cambiamenti e disagi. Educare attraverso lo sport significa insegnare rispetto delle regole, spirito di squadra, inclusione. Non a caso Monaco richiama con forza il ruolo di allenatori di calcio, basket, pallavolo: figure che spesso vedono i ragazzi in contesti meno formali e possono intuire prima di altri segnali di disagio. Se un tempo il bullismo si consumava tra i banchi di scuola o nei cortili, oggi la dimensione digitale amplifica le possibilità di aggressione. Il cyberbullismo ha caratteristiche proprie: diffusione virale dei contenuti, difficoltà a rimuovere foto o video, esposizione pubblica della vittima. In questo campo la prevenzione è ancora più complessa, perché coinvolge strumenti tecnologici che spesso i ragazzi conoscono meglio degli adulti.
Legislazione e strumenti giuridici
Il quadro normativo offre già strumenti per contrastare il fenomeno, ma la loro applicazione concreta incontra ostacoli. Denunce, procedimenti disciplinari, percorsi di giustizia riparativa: opzioni che esistono ma che devono essere rese accessibili e comprensibili a famiglie e ragazzi. L’Ufficio del Garante si muove anche per colmare questo gap informativo. Le statistiche sono eloquenti. Un giovane su tre è vittima di bullismo. Questo dato si traduce in milioni di storie individuali che, sommate, diventano un fenomeno sociale imponente. Non numeri freddi, ma vite segnate. Comprendere la portata quantitativa aiuta a capire che non si tratta di episodi isolati, bensì di una dinamica strutturale. Il bullismo, nella sua radice, è legato a modelli culturali. Un’educazione che premia l’arroganza, la forza, la derisione, produce terreno fertile. La sfida è rovesciare questi modelli, proporre valori di cooperazione, empatia, rispetto. Non basta reagire ai singoli episodi: bisogna cambiare il clima generale. L’evento di settembre, in cui verranno premiati i lavori degli studenti, rappresenta solo una tappa. L’obiettivo è che diventi l’inizio di un percorso stabile di confronto annuale. La continuità è infatti decisiva: iniziative sporadiche rischiano di spegnersi, mentre serve un impegno duraturo che segua i ragazzi lungo il loro percorso scolastico.






