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	<title>Editoriali - Informazione e Comunicazione</title>
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	<description>News, Editoria e Servizi</description>
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		<title>Editoriale &#124; L’omertà culturale di chi guarda e tace</title>
		<link>https://informazionecomunicazione.it/editoriale-lomerta-culturale-di-chi-guarda-e-tace/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Matteo L.]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 May 2026 08:30:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[calabria]]></category>
		<category><![CDATA[omertà]]></category>
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					<description><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://informazionecomunicazione.it/wp-content/uploads/2026/05/lauria-150x150.png" class="webfeedsFeaturedVisual wp-post-image" alt="" style="display: block; margin-bottom: 5px; clear:both;max-width: 100%;" link_thumbnail="" decoding="async" /><p>Ci sono persone che passano la vita alla finestra. Guardano tutto, commentano tutto, giudicano tutti. Ma non prendono mai posizione. Non si espongono. Non rischiano nulla. Restano ferme mentre altri combattono battaglie civili, denunciano storture, difendono diritti, affrontano poteri e convenienze. È l’ignavia moderna. Non quella dei libri antichi, lontana e astratta. Ma quella quotidiana, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://informazionecomunicazione.it/wp-content/uploads/2026/05/lauria-150x150.png" class="webfeedsFeaturedVisual wp-post-image" alt="" style="display: block; margin-bottom: 5px; clear:both;max-width: 100%;" link_thumbnail="" decoding="async" /><p><span style="font-size: 14.0pt; font-family: Helvetica;">Ci sono persone che passano la vita alla finestra. Guardano tutto, commentano tutto, giudicano tutti. Ma non prendono mai posizione. Non si espongono. Non rischiano nulla. Restano ferme mentre altri combattono battaglie civili, denunciano storture, difendono diritti, affrontano poteri e convenienze. È l’ignavia moderna. Non quella dei libri antichi, lontana e astratta. Ma quella quotidiana, concreta, silenziosa. L’ignavia di chi lascia scivolare tutto addosso. Di chi preferisce restare neutrale anche davanti alle ingiustizie. Di chi sceglie il quieto vivere mentre il bene pubblico viene smontato pezzo dopo pezzo.</span></p>
<p><span style="font-size: 14.0pt; font-family: Helvetica;">C’è una parte della società che ha trasformato il silenzio in una strategia personale. Persone che aspettano sempre che siano gli altri a parlare, gli altri a denunciare, gli altri a metterci faccia, nome e credibilità. Poi arrivano dopo, quando il vento cambia. Raccolgono consenso, amicizie, relazioni, piccoli vantaggi. Costruiscono un’aureola artificiale fatta di frasi di circostanza e moralismo conveniente. Ma il bene pubblico non si difende dalla finestra.</span></p>
<p><span style="font-size: 14.0pt; font-family: Helvetica;">Chi resta immobile mentre crescono interessi privati, favoritismi e speculazioni sociali non è innocente. L’inerzia produce danni quanto le azioni sbagliate. A volte persino di più. Perché lascia campo libero a chi occupa spazi senza regole, senza etica e senza rispetto per la collettività.</span></p>
<p data-start="1923" data-end="2250"><span style="font-size: 14.0pt; font-family: Helvetica;">I veri speculatori sociali prosperano proprio nel vuoto creato dagli ignavi. Si infilano dove trovano paura, convenienza e disinteresse. Crescono quando le persone perbene decidono di non disturbare, di non esporsi, di non compromettere rapporti personali. È così che intere comunità si indeboliscono. Lentamente. Senza rumore.</span></p>
<p data-start="2252" data-end="2522"><span style="font-size: 14.0pt; font-family: Helvetica;">Il problema non riguarda soltanto la politica. Riguarda ogni ambiente umano. Uffici, associazioni, quartieri, istituzioni, informazione. Ovunque ci sia qualcuno che usa il silenzio come scudo personale mentre altri portano avanti il peso delle responsabilità collettive.</span></p>
<p data-start="2524" data-end="2825"><span style="font-size: 14.0pt; font-family: Helvetica;">Esistono persone che parlano continuamente di valori, legalità e rispetto delle regole, ma spariscono appena arriva il momento di scegliere da che parte stare. Restano prudenti. Ambigue. Calcolatrici. Hanno sempre paura di perdere qualcosa: una posizione, un’amicizia utile, una comodità, un favore.</span></p>
<p data-start="2827" data-end="3047"><span style="font-size: 14.0pt; font-family: Helvetica;">Eppure il bene pubblico ha bisogno esattamente del contrario. Ha bisogno di persone disposte a pagare un prezzo per difendere ciò che è giusto. Ha bisogno di coraggio civile. Di senso civico autentico. Non di spettatori.</span></p>
<p data-start="3049" data-end="3325"><span style="font-size: 14.0pt; font-family: Helvetica;">Oggi molti preferiscono apparire equilibrati invece di essere sinceri. Si nascondono dietro la frase più facile: “Io non entro nelle polemiche”. Ma spesso non è equilibrio. È opportunismo travestito da moderazione. Perché ci sono momenti in cui il silenzio diventa complicità.</span></p>
<p data-start="3327" data-end="3578"><span style="font-size: 14.0pt; font-family: Helvetica;">Chi osserva senza reagire mentre vengono premiati comportamenti scorretti contribuisce alla degenerazione sociale. Chi evita sempre il conflitto morale per convenienza personale finisce per tradire l’interesse collettivo. Anche senza rendersene conto.</span></p>
<p data-start="3580" data-end="3794"><span style="font-size: 14.0pt; font-family: Helvetica;">La verità è semplice: una società non crolla soltanto per colpa dei corrotti o degli arroganti. Crolla anche per l’assenza di chi avrebbe il dovere morale di alzare la voce e sceglie invece di abbassare lo sguardo.</span></p>
<p data-start="3796" data-end="4072" data-is-last-node="" data-is-only-node=""><span style="font-size: 14.0pt; font-family: Helvetica;">Servirebbe meno prudenza interessata e più responsabilità pubblica. Meno persone alla finestra e più cittadini presenti. Perché il futuro delle comunità non viene distrutto soltanto da chi fa male. Viene distrutto anche da chi guarda tutto accadere e decide di non fare nulla.</span></p>
<p><span style="font-size: 14.0pt; font-family: Helvetica;">Matteo Lauria – Direttore I&amp;C </span></p>
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		<title>Editoriale &#124; Non temo gli striscioni: temo una città che rinuncia a pensare in grande</title>
		<link>https://informazionecomunicazione.it/editoriale-non-temo-gli-striscioni-temo-una-citta-che-rinuncia-a-pensare-in-grande/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Matteo L.]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 16 May 2026 08:31:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[boys]]></category>
		<category><![CDATA[corigliano]]></category>
		<category><![CDATA[Rossanese]]></category>
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					<description><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://informazionecomunicazione.it/wp-content/uploads/2026/05/boys-150x150.png" class="webfeedsFeaturedVisual wp-post-image" alt="" style="display: block; margin-bottom: 5px; clear:both;max-width: 100%;" link_thumbnail="" decoding="async" /><p>C’è una premessa che sento il dovere di fare. E non per giustificarmi, ma per rispetto della verità. Provengo dal giornalismo sportivo. La Rossanese l’ho raccontata quando ancora muovevo i primi passi in questo mestiere. Ho fatto il radiocronista, ho condotto trasmissioni radiofoniche, ho vissuto stadi, trasferte, delusioni ed entusiasmi. E sì, ero un tifoso. [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://informazionecomunicazione.it/wp-content/uploads/2026/05/boys-150x150.png" class="webfeedsFeaturedVisual wp-post-image" alt="" style="display: block; margin-bottom: 5px; clear:both;max-width: 100%;" link_thumbnail="" decoding="async" /><p>C’è una premessa che sento il dovere di fare. E non per giustificarmi, ma per rispetto della verità. Provengo dal giornalismo sportivo. La Rossanese l’ho raccontata quando ancora muovevo i primi passi in questo mestiere. Ho fatto il radiocronista, ho condotto trasmissioni radiofoniche, ho vissuto stadi, trasferte, delusioni ed entusiasmi. E sì, ero un tifoso. Un tifoso rossoblù. Sarebbe ipocrita negarlo.</p>
<p>Ma ho sempre provato a fare una distinzione tra la passione personale e il ruolo di cronista. Ci sono riuscito fino in fondo? Non lo so. Probabilmente no. Perché chi nasce a Rossano, chi cresce respirando quei colori, una sciarpa addosso se la porterà sempre, anche quando prova a fare informazione con equilibrio e lucidità.</p>
<p data-start="818" data-end="1182">Ed è proprio per questo che conosco bene certi meccanismi. Conosco il sentimento identitario che vive dentro le tifoserie. Lo conosco da rossanese e lo comprendo anche guardando l’altra parte della città, quella legata al Corigliano. So bene quanto siano profondi certi legami, quanto siano forti certe appartenenze, quanto possano essere radicali certe posizioni.</p>
<p data-start="1184" data-end="1554">Per questo non mi scandalizzo per uno striscione. Non mi scandalizzo per una contestazione. Non mi scandalizzo neppure per toni accesi che, nel mondo ultras, fanno parte di codici antichi e spesso estremi. Conosco tanti ragazzi dei Boys Rossano. Con alcuni esistono rapporti di amicizia, stima e rispetto che continuano ad esserci anche oggi. E continueranno ad esserci. Non c’è nulla di personale.</p>
<p>Ma proprio perché nulla è personale, sento il diritto e il dovere di spiegare il senso delle mie idee. Io non ho mai sostenuto che la Rossanese debba sparire. Non ho mai sostenuto che il Corigliano debba cancellare la propria storia. Non ho mai parlato di distruggere identità, colori o appartenenze. Ho sostenuto altro. Ho sostenuto che le idee possono coesistere.</p>
<p>Può esistere la Rossanese. Può esistere il Corigliano. E contemporaneamente può esistere anche il diritto di immaginare qualcosa di diverso, qualcosa di più grande, qualcosa che possa portare questo territorio oltre i confini del dilettantismo permanente. Perché il vero tema non è una fusione. Il vero tema è il coraggio di pensare. E qui si apre una riflessione molto più ampia del calcio.</p>
<p>Corigliano Rossano è una città giovane dal punto di vista istituzionale, ma ancora profondamente divisa sul piano culturale. E questo è il vero problema. Continuiamo a vivere come se esistessero ancora due mondi separati, due comunità incapaci di parlarsi, due identità costrette a difendere continuamente il proprio recinto. In questo contesto, il calcio diventa soltanto lo specchio di una difficoltà più grande.</p>
<p>Per questo continuo a sostenere che serva una mentalità meno divisiva e più inclusiva. E non mi aspetto questo dalle tifoserie organizzate, perché le tifoserie vivono di appartenenza, territorialità, identità marcate. Sarebbe ingenuo pretendere altro. Ma mi aspetterei qualcosa in più dagli intellettuali, dagli artisti, dalla classe dirigente, dalla politica, da chi ha responsabilità culturali dentro questa città.</p>
<p>Mi aspettavo, e continuo ad aspettarmi, un ruolo più forte da parte dell’amministrazione comunale sul piano culturale e simbolico. Non parlo dell’azione amministrativa quotidiana. Parlo della capacità di accompagnare un processo storico. Di aiutare una comunità a riconoscersi dentro un progetto comune. Su questo si è fatto ancora troppo poco. E allora succede che chi prova ad aprire un dibattito viene percepito come un nemico. Succede che il confronto diventa scontro. Succede che il ragionamento viene sostituito dalla contrapposizione. Ma io non cambio idea.</p>
<p>Non dobbiamo avere paura dei cambiamenti. Non dobbiamo avere paura delle rivoluzioni culturali. Non dobbiamo avere paura delle idee innovative soltanto perché rompono abitudini consolidate. Il punto è capire dove vogliamo andare. Vogliamo continuare ad assistere ad un calcio fatto di sopravvivenza, debiti, sacrifici personali e imprenditori lasciati soli? Oppure vogliamo provare a costruire qualcosa di più strutturato, più ambizioso, più sostenibile? Perché la verità è questa: da soli non ce la fa più nessuno.</p>
<p>Non possiamo prendere un singolo imprenditore e chiedergli di investire cifre enormi per sostenere da solo il peso economico di una società calcistica. È un modello che nel tempo ha prodotto soltanto sofferenze, fallimenti e drammi personali. La nostra storia è piena di persone che, per amore del calcio, si sono rovinate economicamente. E questo dovrebbe insegnarci qualcosa. Ci sono state società solide nel lontano passato dove è prevalsa però la litigiosità e la primogenitura. I tempi erano diversi, oggi è cambiato molto anche sul piano delle risorse. Discorso lungo che richiede uno specifico approfondimento.</p>
<p>Per quanto mi riguarda unire risorse, energie e progettualità non significa tradire una storia. Significa evitare che altre persone paghino da sole costi insostenibili. Poi naturalmente ogni posizione è legittima. Chi non vuole una squadra unica ha il diritto di dirlo. Chi difende la Rossanese ha il diritto di farlo. Chi rivendica identità e tradizioni merita rispetto.</p>
<p>Ma lo stesso rispetto deve essere riconosciuto a chi prova ad immaginare un futuro diverso. Io continuerò a fare questo: porre questioni, aprire dibattiti, proporre riflessioni. È il mio mestiere. E continuerò a farlo senza odio, senza rancore e senza alcuna volontà di offendere qualcuno. Gli striscioni passano. Le idee restano. E la vera domanda che questa città dovrebbe iniziare a porsi è una sola: vogliamo continuare a dividerci su tutto o vogliamo finalmente imparare a costruire qualcosa insieme?</p>
<p>Matteo Lauria – Direttore I&amp;C</p>
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		<title>L&#8217;intervento &#124; Calabria tra esodo e resilienza, Mazza: “La crisi dei poli storici e la nascita delle Città-sistema”</title>
		<link>https://informazionecomunicazione.it/lintervento-calabria-tra-esodo-e-resilienza-mazza-la-crisi-dei-poli-storici-e-la-nascita-delle-citta-sistema/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Matteo L.]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 May 2026 12:19:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[calabria]]></category>
		<category><![CDATA[corigliano rossano]]></category>
		<category><![CDATA[domenico mazza]]></category>
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					<description><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://informazionecomunicazione.it/wp-content/uploads/2026/05/mazza-150x150.jpg" class="webfeedsFeaturedVisual wp-post-image" alt="" style="display: block; margin-bottom: 5px; clear:both;max-width: 100%;" link_thumbnail="" decoding="async" /><p>La crisi demografica non è più un’emergenza. È una condizione strutturale. Dalle aree interne alle fasce costiere, la Calabria perde popolazione in modo continuo e trasversale. Questo presupposto ridefinisce la geografia sociale, economica e urbana della Regione. Eppure, osservando le variazioni demografiche dei principali Comuni regionali, emerge un quadro meno uniforme del previsto. I dati [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://informazionecomunicazione.it/lintervento-calabria-tra-esodo-e-resilienza-mazza-la-crisi-dei-poli-storici-e-la-nascita-delle-citta-sistema/">L&#8217;intervento | Calabria tra esodo e resilienza, Mazza: “La crisi dei poli storici e la nascita delle Città-sistema”</a> proviene da <a href="https://informazionecomunicazione.it">Informazione e Comunicazione</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://informazionecomunicazione.it/wp-content/uploads/2026/05/mazza-150x150.jpg" class="webfeedsFeaturedVisual wp-post-image" alt="" style="display: block; margin-bottom: 5px; clear:both;max-width: 100%;" link_thumbnail="" decoding="async" /><p>La crisi demografica non è più un’emergenza. È una condizione strutturale. Dalle aree interne alle fasce costiere, la Calabria perde popolazione in modo continuo e trasversale. Questo presupposto ridefinisce la geografia sociale, economica e urbana della Regione. Eppure, osservando le variazioni demografiche dei principali Comuni regionali, emerge un quadro meno uniforme del previsto. I dati ISTAT 2025 mostrano, infatti, che il declino non colpisce ovunque con la stessa intensità. Accanto a territori in forte sofferenza, resistono poli urbani che mantengono capacità attrattiva, vitalità demografica e margini di rigenerazione. Il messaggio è netto: il futuro non esalta la semplice continuità amministrativa. Premia chi sa trasformarsi. La Calabria si svuota. Vero! Ma alcuni territori hanno scelto di non farsi travolgere.</p>
<h3><em>Corigliano-Rossano: quando la massa urbana diventa resilienza</em></h3>
<p>In questo scenario, Corigliano-Rossano rappresenta una delle anomalie più significative del panorama regionale. Pur registrando una lieve flessione demografica, la perdita resta contenuta rispetto al crollo che interessa altre grandi Città calabresi. Il dato più sorprendente, però, riguarda la natalità. Durante tutto il &#8217;25, la Città jonica ha registrato 598 nati vivi, contro i 542 di Catanzaro. A un occhio poco attento i dati potrebbero apparire quasi sovrapponibili. Tuttavia, bisogna considerare che il parametro demografico di Corigliano-Rossano accusa un divario di circa 9000 unità rispetto al Capoluogo regionale. Un paradosso solo apparente, ma ché racconta una dinamica precisa: si nasce di più, si muore di meno e il saldo migratorio torna positivo (+84). <u>La sintesi amministrativa ha prodotto ciò che gli estinti Comuni separati non avrebbero probabilmente potuto generare: una soglia urbana sufficientemente ampia da attrarre, trattenere e rigenerare popolazione. Corigliano-Rossano non è più soltanto un punto sulla carta. È una Città-territorio e si delinea sempre più come un organismo urbano complesso. Rappresenta una polarità civica che dimostra quanto l’aggregazione amministrativa possa trasformarsi in uno strumento concreto di resilienza demografica e competitività territoriale</u>. Ed è proprio questo dato ad aprire un ulteriore fronte di riflessione. Anche l’area dell’Istmo sta valutando la prospettiva di una integrazione amministrativa più ampia. Tale azione, nella consapevolezza che sia il Capoluogo regionale sia Lamezia Terme si trovino oggi in pieno inverno demografico. La ricerca di una massa urbana condivisa non appare più una semplice opzione politica. È diventata una necessità strutturale. <u>Il quadrante istmico sembra aver compreso un principio ormai evidente: la fusione tra Comuni non è un vezzo istituzionale. È uno strumento di sopravvivenza territoriale</u>.</p>
<p><strong><em>Rende–Montalto Uffugo: la conurbazione che produce futuro</em></strong></p>
<p>Mentre molti Capoluoghi arretrano, l’asse Rende–Montalto Uffugo costruisce progressivamente un nuovo baricentro demografico e funzionale nel nord-ovest regionale. Qui non si parla soltanto di contenimento delle perdite, ma di crescita reale: +114 residenti complessivi. La complementarità tra i due centri appare sempre più evidente. Rende continua a consolidarsi come polo universitario, tecnologico e direzionale. Montalto Uffugo, invece, intercetta domanda abitativa, famiglie, servizi e qualità della vita. All&#8217;interno di questa dinamica, emerge con forza anche l’errore strategico compiuto da Cosenza. La Città bruzia, forse con troppa leggerezza, ha scelto di archiviare il referendum sulla sintesi amministrativa con Rende e Castrolibero. Una scelta che oggi appare ancora più miope. <u>Mentre l’area urbana reale evolve spontaneamente verso una conurbazione integrata, il Capoluogo ha rinunciato all’unica operazione capace di restituirgli scala urbana, funzioni strategiche e competitività territoriale</u>. Ed è proprio l’evoluzione della media valle Crati a rendere evidente un punto politico ormai difficilmente aggirabile: quel progetto, in forma diversa e aggiornata, dovrà inevitabilmente tornare al centro del dibattito. Non per nostalgia istituzionale, ma per necessità territoriale. La dinamica demografica, la mobilità quotidiana, la distribuzione dei servizi e la geografia economica stanno già costruendo un’unica città funzionale. Ignorarlo significherebbe condannarsi all’irrilevanza. <u>Il risultato è ormai sotto gli occhi di tutti: l’area Rende–Montalto cresce e si consolida come sistema urbano dinamico. Al contrario, Cosenza resta prigioniera di un perimetro amministrativo che non coincide più con la realtà socio-economica del territorio. La prospettiva di un amalgama civico torna, gioco forza, un passaggio quasi obbligato per chiunque voglia restituire competitività all’intera area urbana cosentina</u>. La valle del Crati è oggi il principale polmone demografico della Regione. E l’occasione mancata del referendum resta una delle pagine più pesanti nella storia recente dell’area bruzia. Ma non, necessariamente, una porta chiusa per sempre.</p>
<h3><em>Oltre il centralismo: la Calabria davanti al bivio</em></h3>
<p>Il dato più severo, tuttavia, arriva dai tre Capoluoghi storici. Reggio Calabria, Catanzaro e Cosenza perdono complessivamente oltre 2.200 residenti in un solo anno. <u>Questi numeri suggeriscono una realtà sempre più evidente: la concentrazione delle funzioni amministrative, da sola, non è sufficiente. Non trattiene popolazione, né genera nuovi cicli di attrattività urbana. Le culle restano vuote. I decessi superano le nascite. Le funzioni urbane si indeboliscono. La capacità competitiva si restringe</u>. Per decenni si è pensato che concentrare uffici, enti e funzioni bastasse a consolidare le Città. I dati, invece, raccontano una realtà diversa. <u>Senza dinamismo economico, infrastrutture efficienti, servizi avanzati e massa urbana, il centralismo produce immobilismo. E l’immobilismo, nel lungo periodo, genera declino</u>. A questo punto la questione non è più se cambiare modello. Il tema è come farlo. La Calabria ha bisogno di ripensarsi come sistema territoriale competitivo. Bisogna superare definitivamente un assetto regionale costruito su equilibri novecenteschi e su una frammentazione ormai incompatibile con le sfide contemporanee. La visione fondata sui tre Capoluoghi storici come poli esclusivi mostra oggi tutti i suoi limiti. E mentre quel modello arretra, emergono nuove geografie urbane, nuove centralità, nuove connessioni territoriali. <u>La Calabria del futuro non può più essere un mosaico disordinato di campanili in competizione permanente. Deve diventare una rete di Città integrate, specializzate, complementari e interconnesse</u>. Un sistema policentrico. Funzionale. Euromediterraneo. Un microcosmo politico-amministrativo capace di assegnare a ogni territorio le funzioni per cui è realmente vocato. Centralizzare tutto in pochi contesti, marginalizzando il resto della Regione, ha mostrato tutti i limiti di una prospettiva incapace di leggere la complessità del territorio calabrese. La Calabria si salva solo se diventa un sistema. Un sistema moderno. Policentrico. Coraggioso. Insomma, se diventa un&#8217;altra Calabria.</p>
<p><strong><em>Domenico Mazza</em></strong></p>
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		<title>Editoriale &#124; Legge elettorale e astensionismo: perché i partiti ignorano il voto dei cittadini?</title>
		<link>https://informazionecomunicazione.it/editoriale-legge-elettorale-e-astensionismo-perche-i-partiti-ignorano-il-voto-dei-cittadini/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Matteo L.]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 May 2026 12:15:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[corigliano rossano]]></category>
		<category><![CDATA[ELEZIONI]]></category>
		<category><![CDATA[luigi fraia]]></category>
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					<description><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://informazionecomunicazione.it/wp-content/uploads/2026/05/fraia-150x150.png" class="webfeedsFeaturedVisual wp-post-image" alt="" style="display: block; margin-bottom: 5px; clear:both;max-width: 100%;" link_thumbnail="" decoding="async" /><p>Ogni volta che in Italia si torna a discutere di legge elettorale, il tema dominante è sempre lo stesso: garantire stabilità ai governi. Sta accadendo anche oggi, con il confronto aperto nella maggioranza attorno a un sistema proporzionale corretto da un premio di maggioranza, già ribattezzato da qualcuno “Stabilicum”. L’obiettivo politico è chiaro: evitare maggioranze [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://informazionecomunicazione.it/wp-content/uploads/2026/05/fraia-150x150.png" class="webfeedsFeaturedVisual wp-post-image" alt="" style="display: block; margin-bottom: 5px; clear:both;max-width: 100%;" link_thumbnail="" decoding="async" /><p>Ogni volta che in Italia si torna a discutere di legge elettorale, il tema dominante è sempre lo stesso: garantire stabilità ai governi. Sta accadendo anche oggi, con il confronto aperto nella maggioranza attorno a un sistema proporzionale corretto da un premio di maggioranza, già ribattezzato da qualcuno “Stabilicum”. L’obiettivo politico è chiaro: evitare maggioranze fragili, assicurare governabilità e rendere immediatamente riconoscibile il vincitore delle elezioni. Una scelta comprensibile in una fase storica segnata da tensioni internazionali, crisi economiche e crescente frammentazione politica. Ma una democrazia non può reggersi soltanto sull’esigenza della stabilità. Esiste anche un altro principio da tutelare: quello della rappresentanza. Non sorprende, infatti, che diversi costituzionalisti abbiano espresso dubbi sull’impianto della riforma, soprattutto sul premio di maggioranza e sulle liste bloccate.</p>
<p>La Corte costituzionale, del resto, è già intervenuta più volte sul tema. Con la sentenza n. 1 del 2014 la Consulta dichiarò illegittimo il “Porcellum”, censurando un premio di maggioranza eccessivo e le liste bloccate troppo lunghe, considerate lesive della libertà di scelta dell’elettore. Successivamente, con la sentenza n. 35 del 2017 sull’Italicum, la Corte ha ribadito che la governabilità è certamente un valore, ma non può comprimere oltre misura la rappresentanza democratica. Ed è proprio qui che emerge il nodo politico più delicato: quello delle preferenze. Da anni gli elettori hanno perso la possibilità di scegliere realmente gran parte dei propri parlamentari. Cambiano le formule elettorali, ma resta un sistema nel quale il peso decisivo continua ad averlo la collocazione nelle liste stabilita dai partiti. Naturalmente le preferenze non sono prive di rischi. La storia politica italiana ha mostrato anche gli effetti distorsivi che possono produrre.</p>
<p>Ma è altrettanto vero che l’eliminazione quasi totale della scelta diretta ha contribuito ad allontanare cittadini e istituzioni. L’aumento dell’astensionismo nasce anche da qui. Molti elettori hanno ormai la sensazione che il proprio voto incida sempre meno sulla scelta di chi andrà realmente in Parlamento. Per questo l’ipotesi di introdurre preferenze “temperate” o sistemi che restituiscano almeno in parte agli elettori la possibilità di scegliere i candidati potrebbe rappresentare un punto di equilibrio ragionevole. La vera sfida non è soltanto costruire governi stabili, ma farlo senza indebolire ulteriormente il rapporto tra cittadini e politica. Una legge elettorale non è una questione tecnica riservata agli addetti ai lavori. È il modo con cui una democrazia decide di rappresentarsi. Perché una democrazia è tanto più forte quanto più i cittadini sentono di parteciparvi davvero. E la possibilità di scegliere i propri rappresentanti non è un dettaglio secondario, ma il cuore stesso della sovranità popolare. La domanda, allora, resta inevitabile: la politica è davvero disposta a restituire ai cittadini una parte del potere di scelta perduto negli anni?</p>
<p>Da questa risposta dipende anche la credibilità delle istituzioni democratiche. Perché quando gli elettori percepiscono di non poter incidere realmente, il voto rischia di trasformarsi in un gesto sempre più vuoto. Ed è proprio in questa distanza crescente tra cittadini e rappresentanza che continua ad alimentarsi una delle grandi fragilità della democrazia italiana: l’astensionismo.</p>
<p>Avv. Luigi Fraia</p>
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		<title>Editoriale &#124; Rossanese e Corigliano restano, ma la città ha il diritto di sognare una grande squadra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Matteo L.]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 May 2026 05:34:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
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		<category><![CDATA[coros]]></category>
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					<description><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://informazionecomunicazione.it/wp-content/uploads/2026/05/COROS-150x150.png" class="webfeedsFeaturedVisual wp-post-image" alt="" style="display: block; margin-bottom: 5px; clear:both;max-width: 100%;" link_thumbnail="" decoding="async" /><p>Le realtà dilettantistiche possono continuare ad esistere senza bloccare un progetto ambizioso per Corigliano Rossano e il calcio professionistico &#8211; Anziché rispondere singolarmente ai tantissimi commenti arrivati in queste ore, preferisco scrivere un nuovo editoriale. Perché forse c’è un equivoco di fondo che sta alimentando paure inutili e polemiche fuori strada. Partiamo da un punto [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://informazionecomunicazione.it/wp-content/uploads/2026/05/COROS-150x150.png" class="webfeedsFeaturedVisual wp-post-image" alt="" style="display: block; margin-bottom: 5px; clear:both;max-width: 100%;" link_thumbnail="" decoding="async" /><p data-start="0" data-end="91"><em style="font-family: -apple-system, BlinkMacSystemFont, 'Segoe UI', Roboto, 'Helvetica Neue', Arial, 'Noto Sans', sans-serif, 'Apple Color Emoji', 'Segoe UI Emoji', 'Segoe UI Symbol', 'Noto Color Emoji';" data-start="93" data-end="241">Le realtà dilettantistiche possono continuare ad esistere senza bloccare un progetto ambizioso per Corigliano Rossano e il calcio professionistico &#8211; </em>Anziché rispondere singolarmente ai tantissimi commenti arrivati in queste ore, preferisco scrivere un nuovo editoriale. Perché forse c’è un equivoco di fondo che sta alimentando paure inutili e polemiche fuori strada. Partiamo da un punto chiaro, chiarissimo. La Rossanese resta. Il Corigliano resta. I tifosi possono continuare ad andare allo stadio, tifare i propri colori, seguire le proprie squadre, vivere le rivalità storiche e sostenere le società che amano. Nessuno vuole cancellare nulla. Nessuno vuole togliere identità, simboli o appartenenza.</p>
<p data-start="805" data-end="917">Chi vuole seguire la Rossanese è liberissimo di farlo. Chi vuole seguire il Corigliano è liberissimo di farlo. E le due società possono tranquillamente continuare a disputare i campionati dilettantistici, come fanno oggi. Questo deve essere chiaro una volta per tutte, perché molti stanno discutendo come se qualcuno volesse chiudere tutto. Non è così. Il punto vero è un altro. Le attuali realtà dilettantistiche non possono impedire alla città di pensare in grande. Ed è qui che bisogna essere sinceri fino in fondo. Perché l’esistente, fino ad oggi, ha prodotto soltanto dilettantismo.</p>
<p data-start="1402" data-end="1586">Siamo nel 2026 e la situazione è questa: una squadra ha rischiato di retrocedere dall’Eccellenza, un’altra è in Promozione. Questa è la fotografia reale del calcio a Corigliano Rossano. E allora la domanda è semplice: davvero vogliamo continuare così per altri venti o trent’anni? Perché né Rossano né Corigliano, da sole, sono mai riuscite ad arrivare nel professionismo. Mai. Non è una provocazione. È la storia che parla.</p>
<p data-start="1830" data-end="2079">Anni di promesse, campionati mediocri, stagioni anonime, piccoli obiettivi e continue divisioni. Nel frattempo altre città crescono, altre società si organizzano, altre realtà della provincia di Cosenza approdano in Serie D. E noi? Noi siamo ancora qui a giocare contro piccoli paesi, davanti a poche centinaia di spettatori, in una città che conta quasi ottantamila abitanti. È evidente che qualcosa non ha funzionato né funziona.</p>
<p data-start="2304" data-end="2371">Ed è qui che nasce il ragionamento su una grande squadra cittadina. Una società forte, con imprenditori solidi, con una classe dirigente capace di investire davvero, con un progetto moderno, organizzato e ambizioso. Una squadra che rappresenti l’intera città di Corigliano Rossano e che abbia finalmente l’obiettivo di portare questo territorio nei professionisti. Perché noi abbiamo il diritto di sognare.</p>
<p data-start="2712" data-end="2748">Anzi, abbiamo il dovere di provarci. E questo sogno non entra in conflitto con la Rossanese o con il Corigliano. Le due cose possono tranquillamente convivere. La Rossanese può continuare ad esistere. Il Corigliano può continuare ad esistere. Ma contemporaneamente la città può costruire qualcosa di più grande. Non si capisce perché una realtà dilettantistica debba diventare un muro contro qualsiasi idea di crescita. È questo il vero equivoco.</p>
<p data-start="3166" data-end="3346">Nessuno impedisce agli ultrà di continuare a fare gli ultrà. Nessuno impedisce ai tifosi di continuare a seguire le proprie squadre. Ognuno è libero di vivere il calcio come vuole. Però non si può pretendere di bloccare una visione più ampia soltanto per paura del cambiamento. Perché una squadra nei professionisti non porterebbe soltanto calcio. Porterebbe economia vera. Una società importante genera indotto. E l’indotto significa lavoro, movimento commerciale, turismo sportivo, marketing territoriale, visibilità e nuove opportunità economiche.</p>
<p data-start="3722" data-end="4053">Provate ad immaginare cosa significherebbe vedere arrivare a Corigliano Rossano tifoserie importanti da tutta Italia due volte al mese. Alberghi pieni. Bed and breakfast pieni. Ristoranti pieni. Pub affollati. Attività commerciali che lavorano. Sponsor che investono. Aziende che legano il proprio marchio alla squadra della città. Questo è ciò che produce il professionismo. E non è fantasia. Basta guardare cosa succede nelle città che vivono davvero il calcio ad alti livelli. Una squadra professionistica significa anche diritti televisivi, trasmissioni nazionali, servizi sportivi, giornali che parlano della città, televisioni che nominano Corigliano Rossano ogni settimana.</p>
<p data-start="4408" data-end="4479">Il nome della città inizierebbe finalmente a circolare in tutta Italia. E questo, nel 2026, vale tantissimo. Perché oggi le città competono anche attraverso immagine, comunicazione e capacità di attrarre attenzione. Una grande squadra può diventare uno strumento straordinario di promozione territoriale. E poi diciamolo chiaramente: i veri derby non sarebbero più quelli tra quartieri o tra campanili interni. I veri derby sarebbero contro Cosenza, Catanzaro, Crotone.<br data-start="4882" data-end="4885" />Oppure contro piazze storiche del Sud e del Nord Italia. Quella sì che sarebbe una crescita vera. Quella sì che sarebbe una mentalità nuova.</p>
<p data-start="5029" data-end="5166">E attorno ad un progetto serio potrebbe nascere anche qualcosa che oggi sembra impossibile: un grande stadio moderno nell’area di Insiti. Uno stadio nuovo, funzionale, capace di ospitare eventi, famiglie, attività commerciali, concerti e grandi appuntamenti sportivi. Una struttura moderna che possa diventare un simbolo della nuova città. Perché dire no a tutto questo? Perché avere paura persino di immaginare un futuro diverso? Qui non si tratta di cancellare il passato. Si tratta di costruire il futuro. E poi c’è l’aspetto culturale, che molti continuano a sottovalutare.</p>
<p data-start="5614" data-end="5724">Qualcuno cita Milano, Genova o Roma dicendo che lì esistono più squadre. Ma sono paragoni che non hanno senso. Milano è già una città unita da secoli. Genova è già una città unita da secoli. Roma è già una città unita da secoli. Corigliano Rossano invece è una città giovane che deve ancora costruire una vera identità comune. Ed è qui che il calcio potrebbe avere un ruolo importante.</p>
<p data-start="6004" data-end="6229">Oggi mancano luoghi, simboli e occasioni capaci di unire davvero i cittadini delle due aree urbane. Una grande squadra potrebbe aiutare anche questo percorso. Potrebbe creare appartenenza, orgoglio comune e senso di comunità. Non è soltanto una questione sportiva. È una questione culturale, economica e sociale. E allora il punto finale è molto semplice: nessuno vuole cancellare Rossanese e Corigliano. Nessuno vuole togliere ai tifosi la loro passione. Ma nessuno dovrebbe impedire alla città di pensare finalmente in grande. Perché continuare a restare piccoli, divisi e mediocri non è tradizione. È soltanto rassegnazione.</p>
<p data-start="6639" data-end="6783"><strong data-start="6639" data-end="6660">Matteo Lauria &#8211; Direttore I&amp;C </strong></p>
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