C’è una premessa che sento il dovere di fare. E non per giustificarmi, ma per rispetto della verità. Provengo dal giornalismo sportivo. La Rossanese l’ho raccontata quando ancora muovevo i primi passi in questo mestiere. Ho fatto il radiocronista, ho condotto trasmissioni radiofoniche, ho vissuto stadi, trasferte, delusioni ed entusiasmi. E sì, ero un tifoso. Un tifoso rossoblù. Sarebbe ipocrita negarlo.
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Ed è proprio per questo che conosco bene certi meccanismi. Conosco il sentimento identitario che vive dentro le tifoserie. Lo conosco da rossanese e lo comprendo anche guardando l’altra parte della città, quella legata al Corigliano. So bene quanto siano profondi certi legami, quanto siano forti certe appartenenze, quanto possano essere radicali certe posizioni.
Per questo non mi scandalizzo per uno striscione. Non mi scandalizzo per una contestazione. Non mi scandalizzo neppure per toni accesi che, nel mondo ultras, fanno parte di codici antichi e spesso estremi. Conosco tanti ragazzi dei Boys Rossano. Con alcuni esistono rapporti di amicizia, stima e rispetto che continuano ad esserci anche oggi. E continueranno ad esserci. Non c’è nulla di personale.
Ma proprio perché nulla è personale, sento il diritto e il dovere di spiegare il senso delle mie idee. Io non ho mai sostenuto che la Rossanese debba sparire. Non ho mai sostenuto che il Corigliano debba cancellare la propria storia. Non ho mai parlato di distruggere identità, colori o appartenenze. Ho sostenuto altro. Ho sostenuto che le idee possono coesistere.
Può esistere la Rossanese. Può esistere il Corigliano. E contemporaneamente può esistere anche il diritto di immaginare qualcosa di diverso, qualcosa di più grande, qualcosa che possa portare questo territorio oltre i confini del dilettantismo permanente. Perché il vero tema non è una fusione. Il vero tema è il coraggio di pensare. E qui si apre una riflessione molto più ampia del calcio.
Corigliano Rossano è una città giovane dal punto di vista istituzionale, ma ancora profondamente divisa sul piano culturale. E questo è il vero problema. Continuiamo a vivere come se esistessero ancora due mondi separati, due comunità incapaci di parlarsi, due identità costrette a difendere continuamente il proprio recinto. In questo contesto, il calcio diventa soltanto lo specchio di una difficoltà più grande.
Per questo continuo a sostenere che serva una mentalità meno divisiva e più inclusiva. E non mi aspetto questo dalle tifoserie organizzate, perché le tifoserie vivono di appartenenza, territorialità, identità marcate. Sarebbe ingenuo pretendere altro. Ma mi aspetterei qualcosa in più dagli intellettuali, dagli artisti, dalla classe dirigente, dalla politica, da chi ha responsabilità culturali dentro questa città.
Mi aspettavo, e continuo ad aspettarmi, un ruolo più forte da parte dell’amministrazione comunale sul piano culturale e simbolico. Non parlo dell’azione amministrativa quotidiana. Parlo della capacità di accompagnare un processo storico. Di aiutare una comunità a riconoscersi dentro un progetto comune. Su questo si è fatto ancora troppo poco. E allora succede che chi prova ad aprire un dibattito viene percepito come un nemico. Succede che il confronto diventa scontro. Succede che il ragionamento viene sostituito dalla contrapposizione. Ma io non cambio idea.
Non dobbiamo avere paura dei cambiamenti. Non dobbiamo avere paura delle rivoluzioni culturali. Non dobbiamo avere paura delle idee innovative soltanto perché rompono abitudini consolidate. Il punto è capire dove vogliamo andare. Vogliamo continuare ad assistere ad un calcio fatto di sopravvivenza, debiti, sacrifici personali e imprenditori lasciati soli? Oppure vogliamo provare a costruire qualcosa di più strutturato, più ambizioso, più sostenibile? Perché la verità è questa: da soli non ce la fa più nessuno.
Non possiamo prendere un singolo imprenditore e chiedergli di investire cifre enormi per sostenere da solo il peso economico di una società calcistica. È un modello che nel tempo ha prodotto soltanto sofferenze, fallimenti e drammi personali. La nostra storia è piena di persone che, per amore del calcio, si sono rovinate economicamente. E questo dovrebbe insegnarci qualcosa. Ci sono state società solide nel lontano passato dove è prevalsa però la litigiosità e la primogenitura. I tempi erano diversi, oggi è cambiato molto anche sul piano delle risorse. Discorso lungo che richiede uno specifico approfondimento.
Per quanto mi riguarda unire risorse, energie e progettualità non significa tradire una storia. Significa evitare che altre persone paghino da sole costi insostenibili. Poi naturalmente ogni posizione è legittima. Chi non vuole una squadra unica ha il diritto di dirlo. Chi difende la Rossanese ha il diritto di farlo. Chi rivendica identità e tradizioni merita rispetto.
Ma lo stesso rispetto deve essere riconosciuto a chi prova ad immaginare un futuro diverso. Io continuerò a fare questo: porre questioni, aprire dibattiti, proporre riflessioni. È il mio mestiere. E continuerò a farlo senza odio, senza rancore e senza alcuna volontà di offendere qualcuno. Gli striscioni passano. Le idee restano. E la vera domanda che questa città dovrebbe iniziare a porsi è una sola: vogliamo continuare a dividerci su tutto o vogliamo finalmente imparare a costruire qualcosa insieme?
Matteo Lauria – Direttore I&C






