Editoriale | Concorrenza sleale tra pubblico e privato: quando gli eventi finanziati danneggiano la movida

L’editoriale di Matteo Lauria – Il pubblico paga gli artisti, il privato rischia l’impresa. Ma entrambi competono per lo stesso pubblico – C’è una domanda che da troppo tempo nessuno sembra voler porre con sufficiente chiarezza: è corretto che un ente pubblico, utilizzando contributi regionali e quindi risorse della collettività, possa competere direttamente con le imprese private dell’intrattenimento? Da oltre vent’anni la Regione Calabria finanzia i Comuni per l’organizzazione di eventi, spettacoli e concerti. Una politica nata con finalità condivisibili — promozione culturale, turismo, valorizzazione dei territori — che tuttavia ha prodotto nel tempo anche una conseguenza che merita di essere affrontata: una situazione di forte squilibrio concorrenziale tra pubblico e privato. Il meccanismo è semplice.

Un Comune può ricevere risorse pubbliche, ingaggiare un cantautore o un artista di grande richiamo, pagarne il cachet e offrire gratuitamente il concerto alla cittadinanza. Una discoteca, un locale o un promoter privato che vuole organizzare un evento con quello stesso artista deve invece sostenere con risorse proprie il cachet, il personale, la sicurezza, gli allestimenti, la promozione, gli adempimenti e il rischio imprenditoriale. E naturalmente deve vendere un biglietto.

Da una parte lo spettacolo è gratuito perché finanziato con denaro pubblico. Dall’altra lo stesso spettacolo deve essere venduto perché organizzato da un’impresa. È questa una competizione ad armi pari? E soprattutto: come può un imprenditore competere con chi può permettersi di offrire gratuitamente ciò che lui, per sopravvivere, è obbligato a vendere?

Il problema non sono i concerti nelle piazze e neppure il diritto dei cittadini a usufruire di iniziative culturali. Il problema nasce quando il finanziamento pubblico, invece di integrare l’offerta privata e creare nuove opportunità per il territorio, finisce per sostituirsi al mercato e sottrarre spazio economico alle imprese che operano nello stesso settore. A quel punto il confine tra sostegno pubblico alla cultura e concorrenza sleale nei confronti del privato diventa estremamente sottile.

Negli anni Ottanta e Novanta erano i privati a creare gli eventi

Basta guardare a ciò che accadeva negli anni Ottanta e Novanta. In molti territori esistevano più discoteche, locali e organizzatori privati capaci di investire nell’intrattenimento e portare artisti importanti. I grandi eventi rappresentavano un rischio imprenditoriale: chi organizzava investiva, promuoveva lo spettacolo, vendeva i biglietti e, se aveva successo, guadagnava. Se sbagliava, ne sopportava le perdite.

Attorno a quel sistema si sviluppava un’economia fatta di occupazione, professionalità e investimenti. Tecnici, addetti alla sicurezza, camerieri, musicisti, promoter, agenzie, fornitori, alberghi, ristoranti, trasporti: la movida non era soltanto divertimento. Era ed è un comparto economico.

All’epoca i Comuni non disponevano dell’attuale capacità di spesa per competere nell’ingaggio dei grandi nomi dello spettacolo. Oggi lo scenario è profondamente cambiato. Il pubblico è diventato, in molti casi, uno dei principali organizzatori di grandi eventi. Ma può farlo disponendo di una forza che nessun imprenditore privato possiede: il finanziamento pubblico e la possibilità di non dover recuperare l’investimento attraverso il prezzo del biglietto.

Il rischio è distruggere proprio l’economia che si vorrebbe sostenere

Il paradosso è evidente. Con risorse destinate teoricamente allo sviluppo e alla valorizzazione del territorio si rischia di mettere in difficoltà proprio le imprese che su quel territorio investono, pagano imposte e creano occupazione per tutto l’anno. Il Comune può organizzare alcuni grandi eventi durante l’estate. Il locale deve sopravvivere dodici mesi. Il Comune può offrire gratuitamente lo spettacolo. L’imprenditore deve vendere biglietti. Il Comune utilizza risorse pubbliche. L’imprenditore rischia il proprio capitale. Se entrambi si contendono lo stesso pubblico, nello stesso periodo e magari con gli stessi artisti, parlare semplicemente di “promozione culturale” non basta più. Esiste un problema di concorrenza tra pubblico e privato e bisogna avere il coraggio di riconoscerlo.

Il pubblico dovrebbe sostenere il mercato, non diventare il concorrente del mercato

Nessuno propone di cancellare gli eventi pubblici. Ma è necessario stabilire un principio: il denaro pubblico dovrebbe creare ciò che il mercato da solo non riesce a realizzare, non finanziare una concorrenza diretta contro chi opera già sul territorio assumendosi il rischio d’impresa. La Regione dovrebbe quindi interrogarsi sugli effetti prodotti da oltre vent’anni di questo modello e introdurre criteri capaci di tutelare maggiormente l’equilibrio tra iniziativa pubblica e privata.

Una strada potrebbe essere quella di favorire partenariati tra Comuni e operatori privati, coinvolgendo discoteche, locali, promoter e imprese del territorio nell’organizzazione degli eventi finanziati. Occorrerebbe inoltre una programmazione territoriale capace di evitare sovrapposizioni e concentrazioni di grandi concerti gratuiti proprio nei periodi decisivi per la sopravvivenza economica delle attività private.

E soprattutto bisognerebbe distinguere tra politica culturale e attività di intrattenimento commerciale finanziata dal pubblico. Un conto è sostenere una manifestazione culturale, una tradizione, un festival identitario o un’iniziativa che senza intervento pubblico non potrebbe esistere. Altro è utilizzare denaro pubblico per ingaggiare un artista di forte richiamo commerciale e offrire gratuitamente uno spettacolo che, nello stesso territorio, potrebbe essere organizzato da un’impresa privata attraverso la vendita dei biglietti.

Serve un nuovo patto tra istituzioni e imprese

La questione, quindi, non è essere favorevoli o contrari ai concerti gratuiti. La questione è stabilire dove debba fermarsi l’intervento pubblico quando questo entra direttamente nello stesso mercato nel quale operano imprese private. Perché quando chi stabilisce le politiche, distribuisce le risorse pubbliche e organizza gli eventi diventa contemporaneamente concorrente dell’imprenditore privato, il terreno di gioco inevitabilmente si inclina.

E alla lunga qualcuno quel terreno sarà costretto ad abbandonarlo. Ogni locale che chiude significa meno occupazione, meno investimenti, meno professionalità e meno capacità del territorio di produrre autonomamente intrattenimento. Per questo Regione, Comuni e operatori del settore dovrebbero sedersi allo stesso tavolo e definire nuove regole.

Il pubblico deve programmare, sostenere e creare sviluppo. Non può diventare il concorrente economicamente imbattibile del privato. Perché un’impresa può competere con un’altra impresa. Non può competere con chi paga lo stesso artista con risorse pubbliche e poi apre gratuitamente le porte al pubblico. Ed è proprio da questa evidente disparità che bisogna ripartire se vogliamo salvaguardare imprese, occupazione e futuro della movida nei nostri territori.

 

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