L’editoriale di Matteo Lauria – Basta percorrere via Nazionale o via Margherita a Corigliano Rossano per vedere la crisi senza bisogno di statistiche. Molte le saracinesche abbassate, vetrine spente, i cartelli ripetono due parole: “fittasi” e “vendesi”. Dove resiste un’attività commerciale, spesso lavora nella paura di essere la prossima a chiudere. Questa non è una normale trasformazione del mercato. È un depauperamento economico e sociale che svuota Corigliano Rossano, cancella reddito, spegne fiducia e costringe i giovani a cercare altrove il proprio futuro. Quando si affronta il problema lo si liquida affermando è l’online e la partita si chiude. E quindi cosa facciamo ? Attendiamo la chiusura di chi è rimasto?
Di fronte a questa emergenza, la politica locale appare distratta, quasi infastidita dalla realtà. C’è chi pensa ai viaggi all’estero, chi occupa il dibattito con situazioni estranee al cuore del problema, chi parla ogni giorno di questioni regionali e dimentica la città che dovrebbe amministrare o rappresentare. Intanto negozi, imprese e famiglie pagano il prezzo dell’inerzia. Corigliano Rossano non ha bisogno di passerelle, diversivi o ambizioni personali mascherate da iniziativa pubblica. Ha bisogno di una classe dirigente che riconosca l’emergenza occupazionale e costruisca una strategia, con tempi, risorse e responsabilità verificabili.
Decentramento amministrativo e area metropolitana : l’istituzione di una nuova provincia significa portare a Corigliano Rossano uffici, servizi, sportelli e funzioni concentrate altrove. Significa quindi creare postazioni di lavoro e un movimento di dipendenti, professionisti e utenti. Più persone nelle strade producono maggiore domanda per bar, negozi, ristoranti, affitti, trasporti e servizi. È così che si ricostruisce l’indotto e si offre ossigeno alle attività soffocate dalla desertificazione commerciale.
A questa scelta deve affiancarsi una visione più ampia: l’istituzione di un’area metropolitana capace di abbracciare il Golfo di Taranto, da Gallipoli a Crotone. In questo spazio si contano ventiquattro scali portuali che, se collegati attraverso una rete stabile di aliscafi, potrebbero trasformare territori separati in un unico sistema turistico ed economico. La Calabria intercetterebbe una parte dei flussi diretti nel Salento e, contemporaneamente, la Puglia avrebbe accesso alle località, alla cultura e alle risorse della costa ionica calabrese.
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Il turismo può essere uno dei motori principali, ma soltanto se si smette di pronunciarne il nome come uno slogan. La costa offre spazi, paesaggio e possibilità enormi. Eppure aree potenzialmente destinate alla ricettività restano utilizzate esclusivamente in agricoltura oppure occupate da insediamenti soltanto residenziali. Serve investire con coraggio, pianificare strutture ricettive, servizi, mobilità e accessi al mare, nel rispetto dell’ambiente e dell’interesse pubblico. Bisogna aprire una vertenza seria con la proprietà di quelle aree, perché una risorsa decisiva per la comunità non può restare immobile mentre la città perde lavoro e abitanti.
Lo sviluppo, però, non può fermarsi alla spiaggia. I centri storici di Corigliano e Rossano devono tornare a essere luoghi vivi, abitati, visitabili e produttivi. Occorrono incentivi per recuperare gli immobili, favorire alberghi diffusi, botteghe, ristorazione, cultura e artigianato. Questioni già poste in passato e che a parole vengono richiamate a convenienza, ma la realtà si chiama “desolazione”! Anche le zone collinari, oggi abbandonate a se stesse, possono ospitare percorsi naturalistici, aziende ricettive e attività legate all’identità locale. Non mancano i beni né le idee: manca la decisione politica di unirli in un progetto coerente.
Poi c’è la montagna, la grande dimenticata. Le temperature sempre più alte, già evidenti e destinate ad aumentare, rendono le aree montane una risorsa strategica. Frescura, boschi, paesaggi e produzioni locali possono alimentare un turismo non limitato a poche settimane estive. Servono ricettività, manutenzione, promozione e collegamenti efficienti. La proposta di una cabinovia va studiata seriamente (anche se ormai si è perso il treno dei fondi Pnrr), senza sarcasmi né pregiudizi: può connettere territori, ampliare l’offerta e generare un nuovo polmone occupazionale.
Alcune realtà esistono già, ma sono troppo poche e troppo isolate. I cittadini non tornano in montagna come negli anni Settanta e Ottanta perché per decenni è mancata una politica capace di renderla accessibile, accogliente e conveniente. Questa è una responsabilità politico-amministrativa precisa, non una fatalità geografica. Serve un piano straordinario per l’occupazione che coinvolga Comune, Regione, imprenditori, associazioni e proprietari, ma con una regia pubblica riconoscibile. Vanno fissati obiettivi annuali: nuovi posti letto, attività aperte, immobili recuperati, collegamenti attivati e posti di lavoro creati. I finanziamenti disponibili devono sostenere progetti utili, non iniziative occasionali buone per una fotografia. E ogni risultato deve essere pubblicato, perché senza trasparenza gli annunci diventano alibi e la programmazione si riduce alla consueta propaganda senza futuro.
La crisi delle vie principali è dunque il risultato visibile di un fallimento più profondo. Per invertire la rotta occorre collegare costa, centri storici, colline e montagna in un’unica politica di sviluppo e lavoro. Ogni giorno perso significa un’altra serranda chiusa, un’altra famiglia in difficoltà, un altro giovane in partenza. La politica locale scelga: continuare a guardare altrove oppure affrontare finalmente la città reale. Corigliano Rossano non può più aspettare.






