EDITORIALE | Gli intellettuali nella movida: quando la cultura deve tornare tra la gente

Si parla tanto di partecipazione, ma il sapere resta chiuso tra pochi. Serve un nuovo modo di incontrarsi, nei luoghi della vita reale.

C’è una domanda che da tempo aleggia, silenziosa, ma che nessuno sembra voler pronunciare davvero: perché ogni iniziativa culturale raccoglie sempre le stesse facce? Perché, nonostante la buona volontà, gli incontri, i convegni, le presentazioni, restano confinati dentro le solite quattro mura, senza riuscire a oltrepassarle? Ogni volta ci si ritrova tra “addetti ai lavori”, tra chi già sa, già pensa, già legge. Eppure là fuori scorre un mondo che non entra mai in contatto con queste energie. Ci si parla addosso, si discute tra sé, mentre le masse, e in particolare i giovani, restano lontane, estranee, disinteressate. Non è colpa loro. È forse un limite di chi propone, di chi non si interroga abbastanza sul come comunicare. La cultura oggi non può più aspettare che il pubblico arrivi. Deve muoversi, farsi prossima, scendere tra la gente. Significa portare le idee nei luoghi vivi: nei bar, nelle piazze, nei locali dove i ragazzi si incontrano. Parlare tra un drink e una canzone, senza paura di contaminarsi chissà da cosa poi! Gli intellettuali nella movida non sono un paradosso: sono una necessità. Bisogna riconoscere che anche chi fa cultura ha spesso un linguaggio chiuso, autoreferenziale. Si confonde la profondità con la difficoltà, la sapienza con l’inaccessibilità. E così il messaggio si perde, si spegne. Il vero intellettuale non è chi parla “alto”, ma chi sa arrivare a tutti senza tradire il pensiero. Chi riesce a farsi capire, senza rinunciare alla complessità. C’è bisogno di una campagna culturale diversa, che non si limiti all’annuncio di un evento, ma apra una conversazione collettiva. Che trasformi la cultura in esperienza condivisa, non in atto rituale. L’invito, allora, è semplice ma profondo: che si ritorvi il coraggio di mettersi in discussione. Di rivedere linguaggi, spazi, abitudini. E, soprattutto, di tornare a considerare il sapere come un gesto umano, un modo per stare insieme. Forse la cultura tornerà a essere viva quando saprà mescolarsi alla vita.

Matteo Lauria – Direttore I&C

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