Da anni assistiamo alla stessa rappresentazione: politici che sventolano il vessillo della libertà di stampa mentre stringono i fili del potere mediatico. È una pagliacciata. Una messa in scena utile solo a chi vuole continuare a controllare le notizie e a scegliere chi deve raccontarle. La verità è semplice, e scomoda: la libertà di stampa in Italia non è mai esistita. E non esisterà finché l’editoria resterà ostaggio dei finanziamenti a editori “impuri”, legati a partiti, gruppi d’interesse o fondazioni. Servono regole nuove, forti, che cambino la struttura stessa del sistema. Ci sono editori che usano la stampa come strumento di ricatto per ottenere benefici di imprese di cui sono titolari e non hanno nulla a che vedere con il giornalismo. Sono cose che tutti sappiamo, ma come gli struzzi facciamo finta di non vedere!
L’unica riforma possibile
I fondi pubblici devono finire solo a società composte da giornalisti, non a imprenditori travestiti da editori. Cooperative, ditte individuali, associazioni: forme giuridiche semplici, ma pulite. Con quei contributi si possono pagare stipendi dignitosi, e un giornalista con uno stipendio vero non deve rendere conto a nessuno se non ai lettori. Solo così la libertà diventa concreta: quando ogni cronista, da Trieste a Palermo, può scrivere ciò che vede senza chiedere permesso. C’è poi un problema di come attingere alle fonti. Il giornalista non chiede di diventare un pubblico ufficiale, ma almeno di avere gli strumenti per fare il suo mestiere. Oggi ottenere un documento da una pubblica amministrazione è un percorso a ostacoli. Se non hai l’amico giusto, resti fuori. E la verità resta nascosta dietro una porta chiusa. Oppure devi attingere dagli scontenti, da chi è rimasto fuori da un concorsi e svela i retroscena, da chi non è stato premiato perché scavalcato all’interno di un ente e si rivolge al giornalisti, di nascosto, per raccontare la varie marachelle. Questo è! E vi sembra il modo giusto ?
La macchina dei favori
Guardiamo come funziona il sistema: nella RAI, nei grandi quotidiani, nei talk show. Se sei vicino a un partito, ti aprono la strada. Se non lo sei, resti ai margini. È un patto tacito che tiene in piedi le carriere. Anche i giornalisti che sembrano più liberi sanno di non poter spingere troppo oltre, perché la copertura politica è la loro assicurazione sulla sopravvivenza professionale. Quando i leader politici arrivano nelle periferie, mostrano il volto più vero del potere: non parlano con la stampa. Mandano un addetto, vogliono sapere le domande in anticipo, pretendono la sceneggiatura dell’incontro. E poi si riempiono la bocca di belle parole sulla libertà dei media. Si esprima solidarietà a chi subisce pressioni o intimidazioni, come Ranucci, ma si abbia anche il coraggio di dire che questa solidarietà non basta. È solo fumo se non segue una riforma seria. Il giornalismo italiano oggi non è libero. Non lo è economicamente, perché dipende da chi paga. Non lo è giuridicamente, perché non ha i poteri per ottenere le informazioni. E non lo è moralmente, perché molti preferiscono la comoda protezione di un partito alla fatica della verità. Finiamola di fingere. La libertà di stampa non si proclama: si costruisce, pezzo per pezzo, restituendo dignità e strumenti a chi ogni giorno prova a raccontare il Paese per com’è, non per come qualcuno vuole che appaia.
Matteo Lauria – Direttore I&C
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