Editoriale | La vera emergenza è fermare i reati prima che accadano, non inseguirli dopo

In Italia, e anche a Corigliano Rossano, il dibattito sulla sicurezza continua a ruotare attorno a un equivoco di fondo: si discute di pene, processi e condanne come se bastassero, da sole, a garantire ordine e tutela dei cittadini. Ma la realtà racconta altro. La repressione arriva sempre dopo. E quando arriva, il danno è già stato prodotto.

È giusto ribadirlo con chiarezza: le pene esistono. Sono previste dal codice, sono conosciute, sono severe. Ergastolo compreso. Pensare che chi commette reati gravi agisca senza sapere a cosa va incontro significa non conoscere la natura della criminalità. Chi delinque sa benissimo cosa rischia. Eppure lo fa lo stesso. La dimostrazione è sotto gli occhi di tutti: esistono delitti puniti con il carcere a vita, eppure continuano a essere commessi. Questo, da solo, dovrebbe far riflettere.

Il problema non è solo la certezza della pena, tema comunque reale e irrisolto. In Italia spesso la sanzione arriva tardi, in modo parziale, talvolta ridimensionata da strategie processuali che finiscono per alleggerire la responsabilità. Ma anche se la pena fosse sempre certa, immediata e rigorosa, non basterebbe. Perché la repressione non è prevenzione.

La vera emergenza è un’altra: uno Stato che non riesce a evitare il reato ha già perso. Non è un successo vantare sentenze di condanna, se prima si è consentito che violenze, risse, pestaggi, traffici, intimidazioni avvenissero indisturbati. La condanna può dare una risposta giudiziaria, ma non restituisce ciò che è stato tolto, né cancella la ferita inferta alle vittime.

Questo vale per la microcriminalità quotidiana, come per i delitti più gravi. Vale per i furti e le aggressioni, ma anche per la mafia, per gli stupri, per il voto di scambio. In quest’ultimo caso l’assurdo è evidente: politici condannati dopo dieci o vent’anni dalla commissione del reato. Nel frattempo hanno governato, deciso, distribuito favori, onorato debiti illeciti. Quando arriva la sentenza, il sistema è già stato alterato. Il danno è irreversibile.

E allora bisogna dirlo senza ipocrisie: la priorità deve essere l’azione preventiva. Oggi esistono strumenti, tecnologie, banche dati, capacità investigative che consentirebbero di intervenire prima. Di individuare schemi, movimenti, comportamenti anomali. Di cogliere chi delinque mentre sta agendo, non quando tutto è finito. Eppure spesso si sceglie di osservare, attendere, raccogliere elementi per anni, lasciando che i fatti si consumino.

Sul fronte della sicurezza il presidio del territorio è la chiave. Non un concetto astratto, ma una presenza concreta dello Stato. Qui entra in gioco anche il tema dell’Esercito a supporto delle forze dell’ordine. Non come risposta emergenziale, ma come strumento di prevenzione. La presenza visibile, costante, organizzata ha un effetto chiaro: riduce le occasioni di reato. Non le sposta semplicemente, le scoraggia.

Un quartiere controllato, una piazza presidiata, una zona sensibile monitorata diventano luoghi dove chi cerca lo scontro, la violenza o l’illegalità sa di non avere spazio. È un deterrente reale, non teorico. Ed è molto più efficace di una condanna che arriverà anni dopo.

A Corigliano Rossano, come in tante realtà del Paese, la domanda dei cittadini è semplice: sentirsi protetti prima, non risarciti dopo. Sapere che lo Stato c’è, che guarda, che interviene. Non che arriva a contare i danni. La sicurezza non è solo un tema giudiziario, è una questione di fiducia. E la fiducia nasce dalla prevenzione.

Non si tratta di rinunciare alla repressione. Chi sbaglia deve rispondere. Ma pensare che la punizione, da sola, risolva il problema è un’illusione che la storia ha già smentito. Anche di fronte alle pene più dure, i reati continuano a esistere. Perché la criminalità non si combatte solo nei tribunali, ma prima ancora nelle strade, nei territori, nei contesti sociali.

Uno Stato moderno non si limita a inseguire i colpevoli. Li ostacola, li dissuade, li intercetta. Riduce le occasioni, spezza i meccanismi, impedisce che il crimine diventi normalità. Quando il reato avviene, lo Stato ha già fallito. E non può consolarsi con una sentenza.

La vera risposta alla paura non è l’inasprimento delle pene, ma la capacità di evitare che la violenza si manifesti. Questa è la sfida reale della sicurezza. Ed è su questo terreno che si misura la credibilità delle istituzioni.

Matteo Lauria – Direttore I&C

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