EDITORIALE | La violenza tra i banchi: uno specchio impietoso della nostra società

L’aggressione avvenuta in un istituto comprensivo di Corigliano Rossano non è un episodio isolato. È l’ennesimo segnale di un disagio profondo, che attraversa i corridoi delle scuole e si insinua nelle vite dei più giovani. Ragazzi e ragazze che dovrebbero vivere l’età della scoperta e della formazione si ritrovano invece protagonisti di atti di rabbia, vendetta e sopraffazione. Un pugno, una spinta, una parola di troppo che diventa scintilla. Ma davvero basta così poco per scatenare tanta violenza?

La domanda che dobbiamo porci non è tanto “come sia potuto accadere”, quanto piuttosto “perché accade sempre più spesso”. Perché un ragazzino di dieci, dodici o quattordici anni arriva a colpire un coetaneo con tanta ferocia? Da dove nasce questo impulso incontrollato, questa rabbia compressa che esplode al primo sguardo storto?

Gli istituti comprensivi accolgono bambini dai tre ai quattordici anni. Età in cui si forma la personalità, si impara la convivenza, si costruiscono i primi confini tra sé e gli altri. Se in questa fase si manifesta violenza, significa che qualcosa si è rotto prima. E che quella frattura non riguarda solo la scuola.

Dietro ogni gesto violento c’è una somma di fattori. La famiglia, spesso smarrita o distratta; la società, che propone modelli basati sulla forza e sull’apparenza; i media, che amplificano la spettacolarizzazione del dolore; i social, che trasformano la sopraffazione in contenuto virale. Tutti contribuiscono, in modo diverso, a creare un terreno dove l’aggressività attecchisce con facilità.

È necessario dirlo con chiarezza: questa violenza è nostra, non solo dei ragazzi. È il riflesso di una comunità che ha smesso di dialogare, che ha confuso libertà con arroganza, che non sa più trasmettere il senso del limite. Quando un minore colpisce un altro minore, non sta solo esprimendo un disagio personale, ma sta mostrando il fallimento di un intero sistema educativo.

Non bastano i richiami disciplinari, non bastano le circolari dei dirigenti o le note ai genitori. Serve una presa di coscienza collettiva. Perché educare non è un compito delegabile: è una responsabilità condivisa, che deve coinvolgere la scuola, le famiglie, le istituzioni, la Chiesa, i media. Tutti.

La scuola resta un presidio fondamentale, ma non può essere lasciata sola. Non può farsi carico da sola di colmare le carenze affettive, culturali e morali che i ragazzi portano dentro. Occorre creare un sistema orizzontale di intervento, capace di agire contemporaneamente su più livelli: educativo, psicologico, sociale. Un progetto di comunità che rimetta al centro la crescita dei giovani come bene comune, non come emergenza da gestire.

E poi c’è un altro male silenzioso, che accompagna questi episodi: l’omertà. La paura di parlare, di esporsi, di denunciare. La tendenza a minimizzare, a dire “sono cose da ragazzi”, a nascondersi dietro il silenzio. Ma il silenzio, in questi casi, è complicità. Chi tace di fronte alla violenza contribuisce a legittimarla. Serve il coraggio di raccontare, di denunciare, di metterci la faccia. Solo così si rompe la catena del silenzio e si restituisce forza alla legalità.

La società di oggi espone i ragazzi a una quantità di stimoli che nessuna generazione precedente ha conosciuto. I social moltiplicano modelli distorti di successo, dove vince chi urla più forte o chi umilia meglio. In certi canali digitali, si trovano immagini e parole che plasmano menti ancora fragili, abituandole alla violenza come forma di linguaggio. È un terreno fertile per la perdita di empatia, per la convinzione che l’altro non sia un volto, ma un bersaglio.

A dieci, quattordici o quindici anni, la violenza non è solo un atto: è un messaggio. Un grido che dice “guardatemi”, “ascoltatemi”, “ci sono anch’io”. E se non lo si ascolta oggi, se non si interviene con strumenti educativi, psicologici e culturali, domani quel grido potrebbe trasformarsi in qualcosa di peggiore. Perché un adolescente che picchia oggi rischia di diventare un adulto che distrugge domani.

Non è più tempo di voltarsi dall’altra parte. Gli episodi come quello di Corigliano Rossano devono spingerci a una riflessione profonda, a un’assunzione di responsabilità collettiva. Ritrovare il senso della comunità, educare all’empatia, restituire valore alle regole, alla parola, al rispetto. Perché ogni volta che un ragazzo alza le mani, è un fallimento per tutti noi. E ogni volta che restiamo zitti, quella violenza trova spazio per crescere. Serve una risposta civile, corale, immediata. Serve dire basta, e farlo davvero.

Matteo Lauria – Direttore I&C

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