Editoriale | L’astensione cresce e diventa il primo soggetto politico che il paese non vuole vedere

Quasi un elettore su due resta a casa. I partiti brindano senza porsi domande sull’allontanamento dal voto

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La partecipazione al voto continua a sbriciolarsi, mentre i gruppi politici festeggiano come se nulla fosse. I numeri emersi dalle regioni al voto raccontano un paese che si allontana dalle urne e non trova più motivi per esprimersi. In Veneto l’astensione ha raggiunto il 55,35 per cento, in Campania il 55,90 per cento, in Puglia il 58,17 per cento. In Calabria, nell’ottobre scorso, si è arrivati al 56,85 per cento. Dati che da soli delineano una realtà netta: la maggioranza degli aventi diritto ha scelto di non partecipare.

Si può davvero ignorare un quadro del genere? È legittimo che nelle sedi politiche si preferisca parlare di percentuali interne, di piccoli vantaggi e di traguardi di schieramento, senza interrogarsi sulla parte più ampia della popolazione che volta le spalle alle istituzioni? La domanda è semplice: che cosa significa governare con il consenso della minoranza degli elettori? È una deviazione del principio democratico che meriterebbe un confronto serio, non scorciatoie.

Si continua invece a sorvolare. Si finge di non capire. Ogni volta si ripete che «il voto ha parlato», ma si evitano le parole più scomode, quelle che riguardano l’assenza di scelta della metà del paese. È responsabilità dei partiti dare risposte a questa fuga collettiva dal seggio. Se non lo fanno, la corresponsabilità è evidente.

C’è un malessere che nasce anche dalla trasformazione delle strutture politiche. I partiti non sono più luoghi aperti, ma spazi chiusi, dominati da figure che controllano gruppi ristretti e limitano la partecipazione. L’adesione alle idee passa in secondo piano rispetto alla fedeltà verso piccoli centri decisionali. Questo produce esclusione, non coinvolgimento.

Si parla di identità, ma al cittadino arrivano solo etichette svuotate. Abbiamo formazioni che si presentano come rappresentanti di idee che non incarnano più. Si entra nelle istituzioni con propositi di cambiamento, poi ci si adegua senza esitazioni alle stesse logiche che si diceva di voler superare. L’appartenenza sostituisce il progetto.

Forse è il momento di ripensare le regole. Un ritorno a un sistema proporzionale puro potrebbe restituire rappresentanza reale, impedendo l’illusione di maggioranze costruite sui singoli e su basi fragili. Restituire peso a ogni voto significa ridare senso al patto tra cittadini e istituzioni.

Ogni volta che metà del paese resta fuori dalla scelta, è l’intero meccanismo democratico a indebolirsi. Continuare a far finta di nulla non è più possibile. La politica deve ascoltare chi non entra più in cabina. Perché è in quel silenzio che si consuma la distanza più pericolosa tra cittadini e potere.

Matteo Lauria – Direttore I&C

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