Editoriale | Meraviglioso. ? E poi …

Meraviglioso come una piazza piena, come tanta gente insieme, come una festa riuscita che ha restituito, almeno per una notte, l’odore di città. Il concerto dei Negramaro a Capodanno, in Piazza Salotto, tra Corigliano e Rossano, ha confermato che quando si organizza bene, la risposta arriva. Una partecipazione ampia, composta, sentita.

Resta però una nota stonata. L’evento non ha avuto dalla stampa nazionale la stessa attenzione riservata ad appuntamenti simili in altre realtà calabresi, talvolta anche di dimensioni più contenute. Un’occasione che meritava maggiore visibilità.

Se l’amministrazione comunale ha ritenuto di investire risorse importanti su un evento di questo livello, significa che ha valutato di poterselo permettere. Ed è giusto che una città di circa ottantamila abitanti si attrezzi per ospitare appuntamenti di richiamo. È un segnale di ambizione, ed è corretto riconoscerlo.

Il problema nasce quando si passa da un estremo all’altro. Perché accanto alla piazza piena restano le contraddizioni quotidiane. Abbiamo assi centrali che si intasano durante i grandi eventi e, allo stesso tempo, vie principali e centri storici vuoti per il resto dell’anno. L’economia di una comunità non vive di un singolo appuntamento. Vive nella normalità, nella continuità, nella capacità di rendere attrattivi i luoghi ogni giorno. È qui che si innesta il nodo centrale. Come si arricchiscono questi territori. Con quali strumenti. Con quali scelte strutturali. Questa è la grande sfida !

Sul piano della fusione, ad esempio, i livelli restano bassi. La città unica procede con un’urbanizzazione bloccata da un Piano strutturale ancora non approvato. Il piano spiaggia, più volte raccontato come leva di sviluppo, è fermo. Eppure si tratta di ambiti che potrebbero generare occupazione reale, diretta e indiretta.

Anche la proposta della provincia della Sibaritide appare debole. Un’ipotesi che fatica a trovare fondamenta solide anche e soprattutto sul piano della dimensione demografica. Che è il parametro che fa la differenza. La storia delle piccole province italiane dimostra che il potere contrattuale con tutti gli altri organi dello Stato e del sistema politico ed economico privato è pari allo zero.

Nel frattempo si continua a vivere di ordinario. Sull’ordinario l’amministrazione interviene. Si lavora sulla manutenzione delle strade, su diversi servizi di base, sulle reti idriche. Ma i disagi restano e  pesano, come quella dell’acqua, tornata al centro del dibattito pubblico. Questioni che incidono direttamente sulla qualità della vita. In larga parte sono problemi storicizzati, ma non per questo non risolvibili.

I grandi eventi, dunque, possono rafforzare l’immagine di una città solo se poggiano su una base solida.  Meraviglioso, allora, sì. Ma con una domanda aperta. Perché una comunità cresce quando riesce a tenere insieme visione e normalità, attrattività e servizi, ambizione e responsabilità. 

Abbiamo bisogno di lavoro. Di persone che scelgono di restare e di costruire qui la propria vita. Possiamo progettare di tutto, dalla mobilità pubblica alla rigenerazione urbana, ma senza un indotto stabile e strutturato non si va lontano. Le strade restano vuote, il commercio soffre, i centri storici si spengono. In questo contesto è inevitabile che anche un investimento importante, come quello legato al concerto dei Negramaro, venga vissuto con una quota di conflitto e di incomprensione.

Il futuro va affrontato con decisione. Servono tempi certi per la definizione degli strumenti urbanistici, così da consentire interventi concreti senza restare intrappolati in cavilli amministrativi. Tra questi, la realizzazione di una grande area a Insiti, pensata come cittadella degli uffici, spazio verde, luogo per lo sport e i servizi. Occorre inoltre rafforzare l’identità della nuova città di Corigliano Rossano.  Dopo la fusione questo percorso è rimasto incompiuto. Manca una riflessione profonda su simboli realmente condivisi, su uno stemma capace di rappresentare l’intera comunità, persino su un nome in grado di raccontare una storia comune e riconoscibile.

L’appello non riguarda solo chi governa. È rivolto a tutta la classe dirigente, senza distinzioni. Chi più, chi meno, siamo tutti coinvolti. Anche chi osserva in silenzio contribuisce, indirettamente, allo stato delle cose. Un silenzio che si paga, sotto forma di tasse sempre più pesanti o, peggio ancora, con la scelta obbligata di lasciare il territorio per lavorare altrove.

Ognuno è chiamato a fare la propria parte con senso di responsabilità e determinazione. Solo così sarà possibile costruire una prospettiva credibile e dare finalmente concretezza a un’idea di futuro che, oggi, resta ancora da scrivere.

Matteo Lauria – Direttore I&C

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