A Corigliano Rossano si spara in mezzo alla gente. Tre volte in un mese. In pieno giorno, in luoghi frequentati, alla presenza di testimoni. Ma nessuno parla. Nessuno ha visto. Nessuno collabora. Il Procuratore Capo di Castrovillari, Alessandro D’Alessio, lo ha detto chiaramente: «C’è omertà». E non lo ha affermato per sentito dire, ma alla luce dei fatti: nessuna collaborazione concreta da parte dei cittadini. Nessun elemento utile è arrivato dalle persone presenti agli episodi. Silenzio totale. Un muro. Fin qui, i fatti. Ora, le domande. La più inquietante: possibile che la città non abbia nulla da dire su un’accusa così pesante? Possibile che nessuno, nemmeno sui social — solitamente terreno fertile per indignazioni lampo — abbia espresso una riflessione, un dissenso, una presa di posizione, magari anche per dire: «No, procuratore, non è così»? Nulla. E allora sorge un dubbio: forse D’Alessio ha ragione. Forse Corigliano Rossano è davvero una città che, quando si tratta di vicende serie, gira la testa dall’altra parte. O peggio, si auto-censura.
Il punto, però, non è solo l’omertà. È il silenzio sull’omertà. Nessuno che dica “abbiamo paura”. Nessuno che dica “non ci sentiamo protetti”. Nessuno che provi a spiegare. E così, si entra in un livello ancora più profondo di reticenza: l’omertà dentro l’omertà. Un cortocircuito che rischia di trasformarsi in abitudine, in normalità. Eppure la paura, quella vera, esiste. Le sparatorie recenti mostrano un’escalation spregiudicata: si spara ad altezza d’uomo, in pieno giorno, dove chiunque può finire colpito. Non è criminalità da ‘avvertimento’. È azione da chi non teme né lo Stato né le conseguenze. È gente pericolosa. E allora la paura non è un alibi: è un sentimento legittimo. Ma se lo è, allora va detto. Va raccontato. Va denunciato. Perché se la paura resta privata, se non diventa fatto collettivo, allora vince il silenzio. E il silenzio, in certi contesti, diventa complice.
Ecco il punto nodale: la dichiarazione del procuratore è una bocciatura per tutti. Non solo per chi tace davanti alla pistola. Ma anche per chi — tra intellettuali, istituzioni che minimizzano, partiti, sindacato, dirigenti, associazioni, enti culturali — non trova la forza di alzare la testa. Perché questa città sa essere rumorosa quando si discute di asfalto, aiuole, sagre e feste. Ma si ritrae — come conigli — quando c’è da affrontare i nodi veri, quelli duri, quelli che mettono in discussione la tenuta morale di un’intera comunità. Non si tratta di essere eroi. Si tratta di essere cittadini. Nessuno chiede di fare indagini. Ma il silenzio, quello sì, è una scelta. È una responsabilità.
E il totale silenzio davanti alle parole di un procuratore — uno che rappresenta lo Stato, che vive sul territorio, che ha il polso delle dinamiche criminali — è un segnale preoccupante. Perché se non si è in grado nemmeno di controbattere, di riflettere, di fare autocritica o di dissentire, allora vuol dire che abbiamo rinunciato al confronto. E senza confronto, non c’è cittadinanza. Solo sudditanza.
Corigliano Rossano non può permettersi di chiudersi in questo guscio. Oggi non bastano le campagne d’immagine, le iniziative estive, gli eventi culturali a mascherare le crepe profonde. Serve un’assunzione collettiva di responsabilità. Un patto nuovo tra comunità, istituzioni e forze dell’ordine. E serve il coraggio di rompere il silenzio. Perché quello che viviamo non è solo un problema di criminalità. È una crisi di coscienza. E finché nessuno lo dirà ad alta voce, continueremo a vivere in una città dove l’omertà ha preso la parola. E noi l’abbiamo lasciata parlare da sola.
Matteo Lauria – Direttore I&C
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