EDITORIALE / Per una sciarpa ci si rovina la vita

Un autista è morto per una partita di basket. Raffaele Marianella, 65 anni, riportava a casa i tifosi del Pistoia Basket dopo la trasferta di Rieti. Lungo la superstrada, all’altezza di Contigliano, qualcuno ha lanciato pietre contro il pullman. Una di quelle pietre ha colpito il parabrezza e lo ha ucciso. È successo in Italia, nel 2025, non in un Paese senza regole o controllo. E tutto questo per una partita.

Si può morire così? Pare di sì. E ogni volta che accade, la stessa domanda torna: perché tanta rabbia per un gioco? Il basket, come il calcio, dovrebbe unire, far crescere, educare. Invece diventa sempre più spesso un pretesto per sfogare frustrazioni, rancori, rabbie personali. Si urla, si insulta, si colpisce. L’altro non è più un tifoso di un’altra squadra, ma un nemico.

Non è la prima volta. Anche alle nostre latitudini episodi simili hanno lasciato ferite profonde. Basti ricordare la sparatoria di anni fa durante la partita Vibonese–Rossanese, quando rimase ferito il figlio di un dirigente. Bastò poco, un attimo di follia, e una domenica di sport si trasformò in violenza. È la stessa dinamica: si parte dal tifo, si arriva alla tragedia.

Chi ha lanciato quella pietra forse voleva solo “dare una lezione”, forse voleva spaventare. Ma ora un uomo è morto e chi ha compiuto il gesto (indagini in corso) si è distrutto la vita. Da un lato una famiglia che piange, dall’altro qualcuno che finirà in carcere portandosi addosso il peso di avere ucciso un innocente. Tutto per una sciarpa, per un colore, per un senso malato di appartenenza.

Il problema è culturale, non solo di ordine pubblico. Si pensa che basti un divieto, una telecamera, un daspo per fermare la violenza. Ma non basta. La radice è più profonda: è nell’idea distorta di sport che si è costruita negli anni, dove vincere conta più di tutto, dove l’avversario non è un avversario ma un bersaglio. È un linguaggio che si impara presto, dentro gli stadi ma anche fuori.

Si parla di “passione”, ma la passione senza misura diventa fanatismo. E quando il tifo si trasforma in identità assoluta, ogni partita può diventare una miccia. Si dimentica che lo sport è solo un gioco, un campo dove ci si confronta, non un luogo dove si combatte. Ma l’Italia continua a collezionare episodi che raccontano il contrario: risse, aggressioni, feriti, ora anche morti.

Chi restituirà la vita a Raffaele Marianella? Nessuno. E nessuna giustizia potrà cancellare la stupidità di quel gesto. Ma questa morte deve servire almeno a capire che la violenza sportiva non è un problema marginale. È il riflesso di una società dove il conflitto è diventato abitudine e la rabbia è sfogo quotidiano.

Servono regole più dure, certo, ma serve soprattutto responsabilità. Delle società, che devono isolare i violenti. Dei tifosi veri, che non devono più voltarsi dall’altra parte. Delle istituzioni, che non possono limitarsi alle parole di circostanza. Perché ogni volta che uno muore per una partita, lo sport muore con lui.

Raffaele Marianella non tornerà più a casa. Era un lavoratore, un uomo qualunque, travolto da un odio senza senso. Morire per una sciarpa è la misura di quanto abbiamo perso. Se questo non basta a cambiare, allora il problema non è più lo sport: siamo noi.

Matteo Lauria – Direttore I&C

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