Editoriale | Quando la politica esce dal cassetto solo prima del voto

Comparse tardive, silenzi lunghi anni e improvvise presenze sotto elezioni: un vizio che danneggia comunità e fiducia – 

C’è un’abitudine che da tempo rovina la vita pubblica di molte città. Un costume brutto, tollerato, quasi accettato. Riguarda chi per anni resta chiuso in casa, lontano da piazze, problemi, discussioni. Nessuna parola, nessuna presa di posizione, nessuna responsabilità.

Poi, all’improvviso, tutto cambia. A poche settimane dal voto, queste figure riappaiono. Si mostrano, parlano, promettono. Raccontano amore per il territorio, attenzione per i quartieri, rispetto per la gente. Ma fino al giorno prima erano assenti.

Succede anche a Corigliano Rossano, una realtà grande, con decine di migliaia di persone. Eppure il confronto resta sempre nelle mani degli stessi volti. Gli altri arrivano tardi, spesso con conti già fatti, appoggi pronti, interessi chiari.

Questo modo di fare non è corretto. La partecipazione non può essere a tempo. L’impegno civile non è un interruttore da accendere solo quando conviene. Chi chiede consenso dovrebbe prima dare presenza, costanza, parole spese nei momenti difficili.

Per questo serve una riflessione seria. Il legislatore dovrebbe fissare regole più rigide. Non basta una fedina penale pulita. Occorre dimostrare un percorso. Attività pubblica reale, interventi documentati, contributi verificabili. Articoli, prese di posizione, iniziative note alla collettività.

La politica non è un palcoscenico stagionale. È servizio continuo. Chi resta fermo per anni e poi si propone come guida offende chi, ogni giorno, ci mette la faccia. Questo teatro stanca. E mina la fiducia.

Regolare l’accesso alle candidature non è una punizione. È tutela per la comunità. Perché la credibilità si costruisce nel tempo, non negli ultimi trenta giorni.

Matteo Lauria – Direttore I&C

Articoli correlati: