A Schiavonea oggi, dalle 15.30, c’è un appuntamento che non riguarda una parte sola, ma una comunità intera. Un corteo e una manifestazione pubblica nati per chiedere più tutela, più controlli, più attenzione. Un’iniziativa che vede insieme cittadini italiani e cittadini stranieri, comunitari ed extracomunitari, perché il punto è uno soltanto: la qualità della vita non ha passaporto. Su questa manifestazione qualcuno ha provato a mettere un’etichetta politica. Un errore. Qui non si sta “tifando”. Qui si sta parlando di cose essenziali: la libertà di camminare la sera, di tenere aperto un locale, di fare una passeggiata senza guardarsi alle spalle, di mandare un figlio a comprare una cosa senza ansia. Quando si arriva al punto che i commercianti descrivono la situazione come un coprifuoco di fatto, vuol dire che il clima è già troppo pesante.
![]() |
![]() |
![]() |
![]() |
![]() |
Poi c’è la seconda verità: Schiavonea non è un’isola. È una parte di un territorio vasto, con dinamiche complesse. Qui non esiste solo la microdelinquenza. Non esiste solo la rissa del sabato sera. Esistono fenomeni diversi che si sommano: tensioni sociali, degrado, rapine, furti, pestaggi, abuso di alcol, spaccio, gruppi violenti, situazioni di marginalità. E in certi periodi dell’anno il quadro cambia ancora. Durante la stagione agricola, per esempio, aumenta la presenza di braccianti e lavoratori stagionali. È un fatto. E parlarne non significa fare classifiche tra persone o alimentare odio: significa descrivere un contesto, per governarlo con regole, controlli, servizi, integrazione vera. In estate, poi, Schiavonea vive lo sbalzo: la popolazione cresce, la pressione sul territorio aumenta, e il rischio di episodi aumenta con la massa di presenze. In quei mesi non basta “vedere come va”: servono organici, pattuglie, tempi rapidi, presidi visibili.
Per questo il tema torna sempre lì: presenza dello Stato. Da tempo, come testata, abbiamo sostenuto una linea chiara: se le forze dell’ordine sono chiamate a coprire un comprensorio ampio, non si può lasciare scoperto il resto per concentrare uomini e donne su un solo punto. È qui che entra in gioco un supporto aggiuntivo, già previsto da anni in Italia: l’impiego dell’Esercito a supporto delle forze dell’ordine.
Questa non è una novità inventata oggi. L’operazione “Strade Sicure” è attiva da molti anni e prevede anche il filone “Stazioni Sicure”, con militari impiegati in grandi nodi urbani e in stazioni ferroviarie. E qui veniamo a un esempio che molti citano, e che va raccontato con onestà: Roma Termini e Milano Centrale. In quelle aree sono state avviate e rafforzate operazioni di controllo con forte presenza di forze di polizia e l’Esercito assegnati al presidio. Che cosa si nota, in questi casi? Due cose, molto semplici: i controlli diventano più frequenti e più visibili, la sola presenza uniforme e fissa, in certi punti, funziona da deterrente Non è magia, non è propaganda: è logica. Chi vuole fare il prepotente o commettere un reato si muove più facilmente dove pensa di avere campo libero. Attenzione, però: sarebbe scorretto dire che “non succede più nulla” solo perché ci sono i militari. Le cronache raccontano che episodi e reati, soprattutto quelli rapidi, esistono ancora. Ma ciò che cambia, quando il presidio è forte, è la sensazione di abbandono e la capacità di intervento immediato.
Ed è esattamente ciò che serve a Schiavonea: non un annuncio, non un blitz di due giorni, non un passaggio sporadico. Serve un modello fatto di due livelli: Presidio fisso in punti chiave, per dare un segnale chiaro e continuo; Pattuglie mobili, per coprire strade, quartieri, zone commerciali e aree sensibili. In altre parole: il presidio “in piazza” da solo non risolve tutto. Ma un presidio fisso, sommato a un controllo itinerante, può riportare equilibrio. Può far tornare le persone a vivere gli spazi senza sentirsi ostaggio.
C’è poi un terzo livello, che spesso viene dimenticato: se parliamo di tranquillità e ordine, non bastano le divise. Servono anche azioni civili e sociali, perché il degrado non si combatte solo con un posto di blocco. Gli stessi promotori della manifestazione, infatti, parlano anche di inclusione, rigenerazione urbana, convivenza. Tradotto: regole chiare e rispetto, ma anche servizi, mediazione, percorsi reali per chi vive qui e vuole lavorare in modo corretto. Per questo oggi merita un plauso chi ha organizzato. Perché mettere insieme persone diverse, senza alzare muri, significa una cosa: la comunità sta provando a reagire in modo civile.
E allora l’auspicio è netto: che in piazza ci sia partecipazione larga. Che ci siano rappresentanti istituzionali. Che ci siano forze politiche di ogni colore. Che nessuno si tiri indietro. Perché qui non si chiede un favore. Si chiede un diritto: vivere senza sentirsi costretti a chiudersi in casa e abbassare le serrande per paura.
Schiavonea oggi manda un messaggio: non vuole rassegnazione, vuole risposte. E chi governa, a ogni livello, ha il dovere di ascoltare e agire. Con più uomini, più controlli, più coordinamento. Con una presenza forte nei mesi più esposti, almeno per quel periodo dell’anno in cui il rischio cresce. E con una strategia che non duri una settimana, ma tenga nel tempo. Perché la sicurezza non è uno slogan. È vita quotidiana.
Matteo Lauria – Direttore I&C







