A Schiavonea si torna a parlare di violenza, ancora una volta. Risse, aggressioni, episodi che sfiorano il peggio si susseguono con una frequenza che rischia di diventare abitudine. Ed è proprio questo il punto più grave: l’assuefazione. Come se tutto fosse ormai normale, come se la città avesse smesso di reagire davvero.
E invece una risposta c’è stata. Il Consiglio Comunale ha detto no alla presenza dell’aeasercito. Una scelta netta, legittima, ma che apre interrogativi pesanti sulle conseguenze. Perché mentre si discute nelle aule, nelle strade si continua a colpire, a minacciare, a creare insicurezza.
L’Esercito, nell’ambito dell’operazione Strade Sicure, non è una soluzione definitiva. Non risolve problemi strutturali, non sostituisce un sistema giudiziario efficiente o un rafforzamento stabile delle forze dell’ordine. Però rappresenta una risposta immediata. Un presidio visibile. Un supporto concreto. E soprattutto, non grava sulle casse comunali.
Dire no significa rinunciare a uno strumento operativo che altrove funziona. In molte città italiane e in tutte le province calabresi la presenza dei militari ha contribuito a contenere fenomeni critici, affiancando polizia e carabinieri con poteri reali: controlli, perquisizioni, acquisizione di documenti, sequestri.
La scelta del Consiglio Comunale ha anche un effetto politico preciso: indebolisce il territorio. Se il massimo organo rappresentativo si oppone, diventa difficile, se non impossibile, aprire un’interlocuzione credibile con Prefettura o Ministero. Chi crede nella presenza dell’Esercito, per quanto determinato, non può scavalcare quella decisione. E così si perde peso, si perde forza negoziale, si perde tempo.
Nel frattempo, però, la violenza non aspetta. Non segue i tempi della burocrazia né quelli delle riforme. Interviene subito, ogni giorno.
È evidente che esistono percorsi più ampi e strutturali: l’elevazione del reparto territoriale dei Carabinieri, il potenziamento del commissariato, la riapertura del tribunale. Ma si tratta di processi lunghi, complessi, che richiedono risorse e decisioni a livelli superiori. Non possono essere la risposta all’emergenza quotidiana.
Qui sta la contraddizione: si rifiuta uno strumento immediato in nome di una visione più ampia che, però, non produce effetti nell’immediato. E intanto la città resta esposta.
La democrazia prevede il confronto, anche lo scontro. Ma su alcuni temi dovrebbe prevalere altro: responsabilità, lucidità, capacità di sintesi. Sicurezza, giustizia, sanità, organizzazione amministrativa non possono diventare terreno di divisione permanente. Non possono essere ridotti a bandiere di parte.
La decisione del Consiglio appare segnata da una lettura politica che ha superato l’interesse concreto della comunità. È un rischio che una classe dirigente matura dovrebbe evitare.
E qui il discorso si allarga. Non riguarda solo chi siede in aula. Riguarda tutti: sindacati, giornalisti, professionisti, associazioni di categoria. Riguarda ogni livello della società che contribuisce a formare opinione e a orientare scelte.
Quando una città vive una fase delicata, nessuno può chiamarsi fuori. Nessuno può limitarsi a osservare o a commentare. Serve una presa di posizione chiara, condivisa, responsabile.
Non si tratta di essere favorevoli o contrari a una misura. Si tratta di comprendere il momento. Di leggere la realtà per quella che è, senza filtri ideologici.
Corigliano Rossano oggi ha bisogno di risposte rapide, concrete, visibili. Ha bisogno di ritrovare fiducia nelle istituzioni e nella capacità di proteggere i cittadini.
Continuare a dividersi significa lasciare spazio a chi agisce nell’illegalità. E questo, più di ogni altra cosa, è un errore che una comunità non può permettersi.
Matteo Lauria – Direttore I&C
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