Negli anni si è consolidato un atteggiamento che merita una riflessione seria. Alcuni dirigenti scolastici davanti alle mobilitazioni degli studenti scelgono la strada della pressione e talvolta dell’intimidazione, anziché quella del confronto.
Quando ragazzi e ragazze si organizzano per rivendicare condizioni dignitose – che sia una palestra mai completata, o aule inadeguate, o ancora servizi essenziali assenti – l’appello allo sciopero diventa per loro l’unico strumento possibile, soprattutto quando la risposta che giunge dalle istituzioni è il mutismo! Quello della protesta è un diritto riconosciuto dalla Costituzione, non una colpa da punire.
Eppure accade che a queste iniziative si risponda con avvertimenti su note disciplinari, valutazioni del comportamento o conseguenze sull’anno scolastico. Parole che pesano, soprattutto se rivolte a chi è in formazione e guarda alla scuola come primo spazio di cittadinanza attiva.
Il messaggio che passa è pericoloso. Da un lato si insegnano educazione civica e partecipazione, dall’altro si scoraggia ogni forma di dissenso. Così la teoria resta nei libri e la pratica prende una direzione opposta, lasciando gli studenti confusi e sfiduciati.
Se un istituto registra un disservizio, tra l’altro in alcuni casi gravi, la risposta non può essere il silenzio o l’ordine di rientrare in classe. Va spiegata la causa del problema, indicati i tempi di soluzione, assunte responsabilità chiare. Governare una comunità scolastica significa anche questo.
La scuola dovrebbe trasmettere messaggi di libertà e consapevolezza, non logiche di ritorsione. Difendere i diritti, pretendere il rispetto delle regole, chiedere risposte alla pubblica amministrazione è parte del percorso educativo.
Per questo serve una correzione netta di alcune condotte. Gli istituti di oggi chiedono apertura, dialogo e responsabilità pedagogica. Continuare a gestirli con schemi superati non educa al futuro, ma all’obbedienza passiva.
Matteo Lauria – Direttore I&C
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