Editoriale. Tracimazione Crati, responsabilità varie e individuabili

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Il Crati esonda, questa la notizia data dai media, in effetti non sormonta l’argine bensì lo tracima sulla riva dx per la maggiore energia acquisita dagli affluenti, per le piogge, sfiancandosi l’argine concavo in liquefazione per circa cinquanta metri lì ove è pensile, come la maggior parte dei corsi d’acqua dei dintorni.

Ciò è avvenuto perché privato a tappeto dalle “golene” che assunsero nel tempo la funzione compensatrice della variazione di portata, sino a prima delle trasformazioni idrauliche attuate dall’ASI in concomitanza dei lavori della realizzazione del Porto.

Golene quelle atte a contenere le inondazioni di piena, poi sottratte all’alveo dalle occupazioni/concessioni date per le coltivazioni agrumicole e da queste “riconfigurate”, senza alcun conto della disposizioni di legge che chiedeva agli ex Ufficiali  e Sorveglianti Idraulici e responsabili degli Enti di controllo, ex Genio Civile, di subordinare le concessioni alla regola generale che vuole che “le opere o piantagioni da farsi non possano arrecare alterazione al corso ordinario delle acque, né impedimento alla sua libertà, né danno alle proprietà altrui”. Così non è stato, lo straripamento lo comprova.

Ecco perché è corretto precisare che il Crati non è esondato ma ha rotto i miserevoli argini in terra, capaci solo di contenere le acque in periodi di magra, tracimando sui terreni a quota più bassa di Thurium: Ministalla I, II, III,  tentando di riprendersi il suo antico letto, quindi l’alveo che scorreva lungo la linea Thurio, Torre del Ferro, sino a Foggia – luoghi questi di acqua dolce tra i più ampi d’Italia destinati dal Governo Renzi alla ricerca di Idrocarburi – per poi gettarsi nell’area del suo delta. Tutto qui? No.

E’ necessario anche far presente la scarsa valutazione data nel tempo all’apporto del complesso bacino imbrifero del Mesofato (dedicato con i Tumuli Sacri, rasi al suolo, ai riti di Afrodite) nascente sin dalle propaggini di Acri e dell’altro suo braccio nord-est, chiamato in seguito San Mauro, distrutto superficialmente dai lavori ASI del ‘75 ma che non ha rinunciato, sul piano idrodinamico, all’apporto delle pressioni idrostatiche effettive di piena sulla permeabilità degli strati inferiori sino ad imbibire i terreni dell’area invasa, prestata nei fatti a “Cassone idraulico” del sistema.

Bacino imbrifero ormai questo dei Mesofato da riconsiderare, proprio in seguito ai lavori richiamati dell’ASI sul San Mauro ove ormai le vasche di laminazione, savanella e briglie in continuità diventano pressoché inesistenti e di quelli del Malfrancato, deviato con la costruzione del Canale nella fiumarella del Mesofate II. Nemmeno da trascurare i lavori del ‘23 sul Leccalardo, deviato all’altezza della 106, nel Malfrancato.

Lavori questi che hanno sconvolto e riconfigurato i reticoli idrografici di tutto l’arco collinare divenendo quello  dei Mesofato maggiore di quello che era naturalmente acquisito ma senza riflettessero sulle dovute conseguenze e opere necessarie. Sistema imbrifero quello del San Mauro considerato, ancor prima, apparentemente secondario ma con una portata perenne valutata a 3mc/sec. , fatto di “ragni” provenienti dagli impluvi posti a sud della residenza del Principato di San Mauro: Macchia Alb.,  San Cosmo, le zone di Soffereti, Mezzofato, Santa Sofia, San Demetrio, ecc. , che nei periodi di pioggia persistente, compresi quindi ormai quelli del sistema premontano (Area Sila Greca), si riversano in Santa Maria di Giosafatte in Valle Crati continuando la loro corsa sotterranea nel fiume che non per nulla deriva da Kratos, imbibendo i terreni di destra Crati ovvero Thurium: (Ministalla I,II,III).

Ne abbiamo avuto riscontro ad horas, proprio lì, sulla 106, che amo chiamare Ippodamea in memoria della dimenticata ateniese Thurio. Infatti il Mesofato I, aggirato C.da San Nico guarda a nord Pollinara, Apolinnara e poi Casa Compagna, tutti luoghi di vasto interesse archeologico, per affluire, poco prima del ponte, nel Crati, apportando le acque del sistema imbrifero ampliato dalla pioggia, contribuendo così alla tracimazione dell’argine, subito dopo.

Nemmeno il fiume è più in grado, se lo fù ma non ne aveva bisogno, di erodere e approfondire il piano alluvionale del suo alveo per i mutamenti condotti nei secoli lungo e intorno alla sua traiettoria e al di fuori del suo delta, continuando su se stesso la sola azione di deposito alluvionale che l’ha portato alla pensilità in diversi tratti di pianura.

Fenomeno questo che con l’innalzamento delle acque marine è destinato ad incrementarsi facendo decadere il livello di sicurezza dei beni e di quanti lì vivono.

La responsabilità di tutto ciò, dalle concessioni date alla submanutenzione della rete idrografica principale e relativi argini, riguarda la Regione Calabria.

Oltre alle questioni denunciate non è da sapere al momento se i confinanti, esterni ed interni agli argini, hanno dato il loro apporto alla tracimazione, attraverso l’incameramento di terreni, innescando la classica situazione di “franamento” per erosione del piano di appoggio (piè di banca) dell’argine o se i fossi e gli scolatoi maggiori di quelli attualmente visibili sono stati cancellati dalle colture arboree.

Non da meno possono esservi responsabilità attribuibili ai Consorzi istituiti, per la mancata manutenzione della rete irrigua a cui sono tenuti: scolo dei fossati e colatoi pubblici, perché responsabili del controllo e gestione idraulica del territorio che assoggettano, vestendo anche i panni dei Sorveglianti Idraulici.

Da considerare comunque che l’inondazione avvenuta si è arrestata alla barriera realizzata della SS. 106 bis, mostrando lì tutta l’insufficiente dei canali di bonifica e attraversamento a cui è soggetta.

Come si annuisce le responsabilità dei danni possono essere molte e varie ma tutte individuabili.

In tutto ciò, lo Stato prima (basta leggere gli atti parlamentari) e la Regione dopo, attraverso la loro Programmazione del Territorio, sono stati inaffidabili, inefficaci, dire ostici.

Il Nuovo Comune dovrà attivare, sin dalla nomina del suo primo Sindaco, con tutti i Soggetti  Istituzionali eletti sul territorio, un “Contratto Operativo” per intervenire sui temi della Pianificazione Regionale e fare della proposta, “Montera sulla viabilità”, a riguardo del nodo ripartitorio di ogni traiettoria stradale da convergere a Cantinella-Casachelle, il caposaldo dei diritti contro la nostra decadenza.

Da qui la necessita esigere una Statale di servizio per l’uso del Porto, l’ingresso della Città tra i nodi TEN, la costruzione del Polo dei servizi del “Quadrante Geografico”, la revisione strategica dei bacini idrici, archeologici, ambientali e immateriali alla luce dell’acquisito peso dello Jonio nella competizione istituzionale. Ricordo che Cantinella è stata, sula nostra costa, il primo logico e naturale nodo territoriale sin dal commercio dell’ossidiana tra il Tirreno e lo Jonio.

Arch. Cosimo Montera

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