L’editoriale di Matteo Lauria – La Calabria ha bisogno di servizi migliori e di una discussione pubblica capace di riconoscerli quando cominciano a prendere forma. Trasformare ogni novità in una sconfitta, ogni avanzamento in un inganno e ogni risultato parziale nella prova che tutto sia inutile non aiuta a ottenere ciò che manca. Alimenta soltanto la convinzione che nulla possa cambiare. E un territorio che smette di credere nella possibilità di migliorare finisce per indebolire anche le proprie rivendicazioni.
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La discussione sul Frecciarossa da Sibari è un esempio. L’assessore regionale Gianluca Gallo ha annunciato che, dopo l’interruzione legata ai lavori nella galleria Santomarco, dal primo febbraio 2027 il collegamento dovrebbe ripartire verso Milano e Torino, sostituendo l’attuale destinazione di Bolzano. È una modifica annunciata, da verificare nella programmazione definitiva del servizio, che merita una valutazione concreta.
Raggiungere direttamente Milano e Torino può rappresentare una scelta utile per chi viaggia per lavoro, studio, relazioni familiari e cure. Sono destinazioni che possono intercettare una domanda importante. Per affermare che il nuovo percorso risponda meglio ai flussi occorrono, però, dati sui passeggeri, sulle destinazioni richieste e sull’utilizzo del collegamento. Proprio questi dati dovrebbero essere al centro del confronto.
La perdita del collegamento diretto con Bolzano può creare un disagio a chi lo utilizzava. È giusto ascoltarlo e chiedere coincidenze adeguate, tempi sostenibili e alternative accessibili. Ma da qui a presentare il nuovo itinerario come un danno per l’intero territorio c’è una distanza che nessuno slogan può cancellare. Un cambiamento può favorire una parte degli utenti e penalizzarne un’altra: il compito delle istituzioni è spiegare la scelta e limitarne gli effetti negativi.
Si obietta che il treno per Milano e Torino avrebbe dovuto essere aggiuntivo. È una richiesta legittima. Per renderla credibile bisogna anche dire con quali risorse, con quale disponibilità di mezzi e personale, con quali tracce ferroviarie e per quale domanda prevista. Aggiungere collegamenti ha un costo. Se bastasse reclamarli, potremmo chiederne dieci, venti o trenta. La responsabilità comincia quando si passa dal numero desiderato alle condizioni necessarie per farli circolare.
Qui emerge il problema più profondo. Il trasporto ferroviario risponde a un’organizzazione economica e contrattuale nella quale contano costi, ricavi e finanziamenti pubblici. I servizi regionali vengono regolati attraverso contratti di servizio; i collegamenti di lunga percorrenza seguono assetti differenti, che possono prevedere anche specifici sostegni pubblici. Confondere questi livelli rende più difficile capire chi debba intervenire e chi debba pagare.
La trasformazione delle Ferrovie dello Stato in società per azioni, avvenuta nel 1992, è un passaggio di questa storia. Non spiega da sola ogni successiva riduzione dei servizi, ma richiama una questione tuttora aperta: come conciliare l’efficienza economica con la funzione pubblica del trasporto.
Una gestione deve evitare sprechi. Uno Stato deve impedire che i territori meno popolosi rimangano isolati perché rendono meno. La tensione nasce quando il criterio della redditività prevale senza correttivi sulla necessità di garantire opportunità effettive ai cittadini. È su questo terreno che occorre costruire una battaglia politica seria: risorse nazionali, continuità dei collegamenti, integrazione tra servizi e infrastrutture adeguate.
Anche l’argomento dei pochi passeggeri va esaminato con attenzione. Una domanda debole può dipendere dalla popolazione servita, ma anche da orari scomodi, lentezza, coincidenze inaffidabili e anni di offerta insufficiente. I numeri vanno studiati, insieme alle condizioni che li producono. Non possono essere ignorati per chiedere qualsiasi servizio, né utilizzati per giustificare qualsiasi rinuncia.
Sulla dorsale ionica, intanto, proseguono i lavori di potenziamento ed elettrificazione. RFI ha comunicato a settembre la ripresa degli interventi tra Sibari e Crotone, comprese le opere per la trazione elettrica e l’aggiornamento tecnologico. Sono lavori da seguire e portare a termine, riconoscendo che riguardano un limite infrastrutturale concreto. Pretendere che siano completati è doveroso. Descrivere ogni cantiere soltanto come un disagio, senza considerarne la finalità, impedisce di valutare il cambiamento.
Lo stesso atteggiamento si ritrova nella discussione sul nuovo ospedale della Sibaritide. Il 6 ottobre sono stati inaugurati ventidue ambulatori nella struttura di Insiti. L’intero presidio deve ancora diventare operativo; il trasferimento completo delle attività, comprese quelle chirurgiche, è stato indicato da Roberto Occhiuto come obiettivo entro marzo 2027. Un’apertura effettiva e una scadenza annunciata sono due fatti diversi, da raccontare con precisione.
Ventidue ambulatori non equivalgono all’apertura di tutto l’ospedale. Ma sono un avanzamento reale, che non diventa irrilevante perché resta ancora molto da fare. Dopo un’attesa ventennale, l’avvio delle attività merita di essere riconosciuto e accompagnato da domande puntuali sul completamento dei reparti, sui collaudi, sulle attrezzature e sul personale.
I cittadini hanno pieno diritto di controllare le scadenze. Chi ha aspettato tanto non deve sentirsi rimproverare perché chiede certezze. Il cronometro, però, serve a misurare gli impegni, non a preparare una condanna già scritta. Controllare significa verificare quanto viene realizzato e chiedere conto di ciò che manca. Il catastrofismo consiste nel considerare insufficiente qualunque risultato, anche prima di averlo esaminato.
Un’opera attraversata da amministrazioni e stagioni politiche diverse non può diventare proprietà esclusiva di un partito. Non ci sono vincitori e vinti da proclamare sulla pelle di chi attende assistenza. Ci sono responsabilità da ricostruire, contributi da riconoscere e un servizio da consegnare alla comunità. L’impegno di oggi può essere valutato senza cancellare quello di ieri; gli errori possono essere denunciati senza negare ogni lavoro compiuto.
Nel corso dell’inaugurazione Occhiuto ha richiamato anche otto incendi, da lui definiti dolosi, che hanno colpito il cantiere. È un elemento da considerare nella ricostruzione del percorso, senza trasformarlo in una spiegazione indistinta di ogni ritardo. La serietà richiede questo: distinguere gli ostacoli, accertare le responsabilità e giudicare le risposte date. Le assoluzioni preventive e le condanne automatiche hanno lo stesso difetto: arrivano prima dell’analisi.
La sanità calabrese ha soprattutto bisogno di recuperare affidabilità. La mobilità verso altre regioni comporta un peso economico enorme: nel bilancio di previsione regionale 2025-2027 la voce relativa alla mobilità sanitaria passiva è pari a circa 289 milioni di euro annui. È una misura finanziaria riferita a quel documento, sufficiente comunque a mostrare la dimensione del problema. Dietro la spesa ci sono famiglie che affrontano viaggi, soggiorni, assenze dal lavoro e separazioni proprio quando sono più vulnerabili.
Questa situazione non si risolve chiedendo ai malati un atto di fede. La fiducia cresce quando si trova una visita in tempi accettabili, una diagnosi tempestiva, un reparto funzionante e un percorso di cura continuo. Né si può sostenere che la pressione sui bilanci comporti automaticamente la futura impossibilità di curarsi fuori regione. Il problema delle risorse richiede programmazione e risposte, evitando allarmi non dimostrati.
Allo stesso modo, tumori e malattie rare non impongono sempre una destinazione geografica prestabilita. Contano la patologia, le competenze disponibili e il percorso clinico appropriato. La Calabria deve rafforzare la propria capacità di cura e la collaborazione con i centri di riferimento, riducendo i viaggi evitabili e garantendo quelli necessari. Il paziente deve ricevere la risposta migliore, senza essere trasformato in una voce da contenere o in un argomento di propaganda.
La politica ha dunque una responsabilità enorme nella sanità: finanziare, programmare, assumere, organizzare e controllare. Deve liberare queste decisioni dalla convenienza di partito. Un reparto funziona per tutti; una lista d’attesa danneggia tutti. Quando una struttura migliora, il beneficio appartiene ai cittadini, qualunque sia il colore dell’amministrazione.
È tempo di chiedere di più anche al dibattito pubblico. Prima di parlare di soppressioni, fallimenti e inganni, occorre leggere gli atti, distinguere gli annunci dai risultati, conoscere i costi e valutare le alternative. Chi propone un treno aggiuntivo indichi come sostenerlo. Chi denuncia una carenza ospedaliera chieda un intervento preciso e verificabile. Chi riconosce un passo avanti mantenga la stessa attenzione su ciò che resta da completare.
La Calabria non può permettersi di consumare ogni occasione nella lotta per stabilire chi debba prendersi il merito o la colpa. Ha bisogno di collegamenti utili, ospedali operativi e cure accessibili. Una polemica che aiuta a ottenerli ha un valore pubblico. Una polemica che rende indistinguibili un risultato e un fallimento finisce per lasciare tutto com’è.






