C’è voluto il caso della Cipolla Rossa di Amantea perché si tornasse a parlare con serietà dell’uso eccessivo di pesticidi. Un prodotto simbolo, legato a una terra che vive di agricoltura e di turismo, è oggi al centro di un’inchiesta che richiama tutti alle proprie responsabilità. Non è più possibile girarsi dall’altra parte: non lo possono fare gli agricoltori, non lo possono fare le istituzioni, non può farlo chi amministra il territorio.
Il lavoro della Procura di Paola, guidata da Fiordalisi, e la voce ferma di Camillo Falvo a Vibo sono segnali che qualcosa si muove. In quelle zone anche i sindaci, stretti tra la difesa del prodotto tipico e la tutela della salute pubblica, iniziano a farsi sentire. È un cambio di passo importante, perché significa riconoscere che l’agricoltura non può crescere a spese dell’ambiente e della vita delle persone.
La Calabria è una regione che conosce troppo bene il dramma dei tumori. I numeri delle neoplasie restano alti, i reparti oncologici sono pieni, e troppi continuano i viaggi della speranza verso il Nord. Ogni famiglia ha una storia di dolore da raccontare, e il sospetto che l’aria che respiriamo, l’acqua che beviamo e il cibo che mangiamo abbiano un peso non è più solo un’impressione.
Questa indagine è un’occasione: per aprire finalmente un capitolo chiaro, trasparente, severo sull’uso dei pesticidi. Non bastano le certificazioni o i marchi di qualità se dietro si paventa il rischio costante di fiumi avvelenati e falde inquinate. Servono controlli seri, regole rispettate e la volontà di cambiare metodo.
Il punto non è criminalizzare l’agricoltura, ma salvarla. Perché un’agricoltura pulita è l’unica che ha futuro, l’unica che può reggere il confronto con i mercati e allo stesso tempo garantire turismo e salute. Il resto è un inganno, e a pagarlo sono i cittadini.
Matteo Lauria – Direttore I&C
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