Editoriale. Una Sibaritide che guarda lontano e dimentica casa propria

C’è una ferita che attraversa la Sibaritide, da Corigliano-Rossano a Cariati o Roseto, da Corigliano Rossano fino a Crotone. È la ferita dell’incompiuto, delle promesse mancate, delle scelte calate dall’alto che hanno segnato il destino di un territorio lasciato ai margini. La storia infrastrutturale è un campionario di torti. Si può partire dal lontano “furto”  dell’autostrada Salerno–Reggio Calabria, che doveva correre lungo la dorsale ionica, ed è stata spostata altrove: colline tagliate, montagne scavate, cantieri eterni e un tracciato che ancora oggi paga il prezzo di quella decisione. Sul fronte ferroviario, mentre l’asse tirrenico corre su binari elettrificati e doppi, lo Ionio arranca: solo adesso si procede, a spizzichi e bocconi, con l’elettrificazione tra Sibari e Catanzaro. Gli aeroporti raccontano la stessa marginalità. Lamezia è il baricentro riconosciuto, Reggio Calabria difende la propria funzione, mentre Crotone stenta. Non perché manchi la domanda, ma perché manca la volontà di collegare davvero la Sibaritide a quello scalo. E sulla Statale 106 resta scoperto proprio il tratto tra Corigliano-Rossano e Crotone: gli altri segmenti hanno visto risorse, questo no. E tutti zitti, muti.

Eppure, davanti a queste ingiustizie, davanti a un divario evidente, le piazze si riempiono solo per i concerti. Non si mobilita la costa ionica per chiedere giustizia infrastrutturale, non si riempiono le strade per pretendere lavoro stabile, sicurezza, sanità. Invece, la voce si alza per battaglie internazionali, per cause che parlano di solidarietà globale. Giuste, nobili. Ma stride che nello stesso tempo una parte della popolazione viva in condizioni che ricordano quelle del cosiddetto Terzo Mondo. E non bisogna andare mica lontano. Basta osservare le lunghe file alla caritas per un pasto.  Questo è il paradosso sociale della Sibaritide: associazioni che si impegnano per diritti lontani, comunità che si appassionano a cause esterne, ma che faticano a riconoscere le proprie urgenze quotidiane. Una solidarietà “a orizzonte largo” che salta però la tappa più immediata: il proprio vicinato, la propria terra. Forse la domanda vera è questa: quali valori restano se non si è capaci di declinarli prima di tutto a casa propria?

Matteo Lauria – Direttore I&C

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