Fabrizio Benvenuto è una delle voci più interessanti del nuovo cinema italiano. Dal Premio Solinas al Torino Film Festival con Il Protagonista, il regista originario di Corigliano ha costruito un percorso segnato da uno sguardo essenziale e da una forte attenzione all’essere umano, ai conflitti interiori e al lavoro con gli attori. Tra cinema e televisione – porta la sua firma la serie Doppio Gioco, in onda su Canale 5 – Benvenuto porta avanti una ricerca che rifiuta l’artificio e privilegia l’ascolto e la verità.
Da questa visione nasce anche il workshop di recitazione che terrà a Corigliano nei giorni 7, 8 e 9 gennaio, pensato come spazio di lavoro intenso e confronto diretto. In questa intervista, Fabrizio Benvenuto racconta il suo cinema, la formazione e il valore del lavoro con gli attori.
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Il filo rosso è sempre stato l’essere umano messo davanti a qualcosa di più grande di lui: un desiderio, una perdita, un sogno che non si lascia addomesticare. Nei miei corti parlavo già di questo, anche se in forma più istintiva. Con il tempo ho cercato di togliere, di asciugare, di fidarmi di più dei silenzi e dei volti. Il Protagonista è un punto di arrivo, ma anche una nuova partenza: sento di aver trovato un linguaggio più consapevole, senza aver perso l’urgenza.
Nei tuoi film colpisce molto l’attenzione per i conflitti interiori e per l’autenticità dei personaggi. Da dove nasce questa esigenza di verità nello sguardo e nella scrittura?
Nasce da una grande insofferenza per “l’artefatto”. Per i personaggi che parlano per dimostrare qualcosa invece che per necessità. Mi interessa ciò che le persone cercano di nascondere, non quello che dichiarano. Credo che il cinema abbia ancora senso solo se riesce a intercettare qualcosa di vero, anche scomodo, anche fragile. Altrimenti è solo esercizio di stile.
Hai una formazione all’Accademia di Belle Arti di Roma, ma lavori tra cinema e televisione. Quanto conta per te la formazione artistica e quanto, invece, l’esperienza diretta sul set?
La formazione è fondamentale perché ti dà strumenti, ma il set è il luogo dove quegli strumenti vengono messi in crisi. E va bene così. Ho imparato tantissimo sbagliando, osservando gli altri, ascoltando, immaginando. La teoria senza pratica è sterile, la pratica senza pensiero è rischiosa. Cerco sempre un equilibrio tra le due cose.
Nel tuo cinema gli attori hanno un ruolo centrale: come lavori con loro per arrivare a una recitazione così asciutta e credibile, priva di artifici?
Creo prima di tutto uno spazio sicuro. Sul set bisogna potersi permettere di essere fragili, di sbagliare, di non sapere. Lavoro molto sull’ascolto e sul togliere, non sull’aggiungere. Spesso il lavoro migliore è convincere un attore che non deve “fare” niente in più. Il cinema registra il vero, non lo sforzo.
Secondo te, qual è l’errore più comune che un attore (o aspirante attore) compie quando affronta una scena per il cinema?
Voler dimostrare qualcosa. Voler essere “bravo”. Quando un attore recita per essere visto, il cinema se ne accorge subito. La macchina da presa ama chi pensa, non chi esibisce. L’errore più grande è non fidarsi del silenzio e della semplicità.
Sei originario di Corigliano, ma il tuo percorso ti ha portato spesso a viaggiare e a vivere anche all’estero. In che modo questo continuo confronto con luoghi e culture diverse ha influenzato il tuo sguardo creativo e il tuo modo di raccontare storie?
Ti relativizza. Ti toglie certezze, e questo è un bene. Viaggiare mi ha insegnato che le emozioni fondamentali sono le stesse ovunque, ma cambiano i modi di esprimerle. Questo mi ha reso più curioso, meno giudicante. E mi ha fatto capire che le storie “piccole”, se raccontate con onestà, possono diventare universali.
Nel tuo lavoro emerge una grande attenzione al processo creativo e al rapporto umano sul set. Quanto è importante, per te, creare uno spazio di ascolto e fiducia quando lavori con gli attori?
È tutto. Senza fiducia non succede niente di interessante. Un set non è una caserma, è un luogo fragile in cui si chiede alle persone di mettersi a nudo. Se manca l’ascolto, il film muore prima ancora di nascere. Credo molto nella responsabilità umana del regista, non solo in quella artistica.
Cosa può aspettarsi un partecipante da un laboratorio di recitazione guidato da un regista: più tecnica, più ascolto, più lavoro sull’emozione o sul corpo?
Un lavoro sull’essere presenti. Non separo mai tecnica, corpo ed emozione: sono la stessa cosa. Il laboratorio è un luogo dove smettere di “recitare” e iniziare a vivere una situazione davanti a una macchina da presa. È un’esperienza concreta, non teorica.

A gennaio tornerai proprio a Corigliano per un workshop di recitazione: cosa ti ha spinto a organizzarlo qui e che tipo di esperienza vuoi offrire a chi parteciperà?
Tornare a Corigliano per me ha un valore simbolico e umano enorme. È un modo per restituire qualcosa al luogo da cui vengo. Voglio offrire un’esperienza vera, intensa, senza maschere, in cui chi partecipa possa sentirsi visto e ascoltato, al di là del livello o dell’esperienza.
Che consiglio daresti a chi sente il desiderio di mettersi in gioco come attore, ma magari ha ancora paura di esporsi o di non essere “pronto”?
Che non esiste il momento giusto. Esiste solo il coraggio di provarci. La paura non va eliminata, va attraversata. Chi aspetta di sentirsi pronto spesso non inizia mai. Esporsi è l’unico modo per capire chi si è davvero.






