La Mascherina al Tempo del Coronavirus di Domenico Mazzullo

La Mascherina al Tempo del Coronavirus – Quanti ricordi legati ad una Mascherina.  Quando ero bambino la mascherina rappresentava l’inizio di un periodo felice e assolutamente particolare, allorchè il ricordo delle vacanze di Natale era già svanito, con la Sua magica atmosfera e i doni che non erano recati da Babbo Natale, ma dalla Befana, che ancora non era stata soppiantata dal più fascinoso vecchio in rosso che si muoveva su una slitta tirata dalle renne e non su una misera scopa.
La mascherina, infatti, rappresentava, sanciva l’inizio del Carnevale, con tutto il clima gioioso che recava con sé, costituito di coriandoli fatti in casa, con la macchinetta per fare i buchi nella carta, di mio padre, utilizzata per questo nobile scopo, le stelle filanti, strisce lunghe di carta colorata arrotolate, che si srotolavano lunghissime soffiandoci dentro, gli scherzi di Carnevale, che si acquistavano in negozi specializzati, ora svaniti, e poi, al di sopra di tutto…le mascherine, simbolo incontrastato di questi giorni di festa che si concludevano con il fatidico Martedì grasso, per dare poi spazio alla Quaresima.
La regina incontrastata, di questo gioioso segmento di vita, che segnava una pausa, nella seria continuità del suo svolgimento, era la sunnominata mascherina, rigorosamente nera, che occultava il nostro viso agli altri, rendendoci, secondo la nostra illusione, irriconoscibili.
Essendo nato in una famiglia non abbiente, essa veniva confezionata in casa, dalle abili e amorevoli mani di mia mamma, utilizzando la foderina nera di quei meravigliosi quaderni con la costola rossa, divenuti oggi oggetto di collezionismo, e sul cui frontespizio era stampato il motto “Amor omnia vincit” dal significato, allora per me, indecifrabile.
Un rapido e abile muoversi delle forbici e in un battibaleno la mascherina era nata, accompagnata dallo stupore e dalla gioia di me bambino, che, indossandola, mi tramutavo improvvisamente in Zorro, eroe dei miei giochi infantili.
Ora che bambino non sono più da tempo, la mascherina ha assunto, ahimè, tutt’altro significato e finalità, non si indossa più nei giorni festosi del Carnevale, per gioco, per renderci apparentemente irriconoscibili agli altri, ma con tutt’altro scopo, molto meno allegro e scherzoso, purtroppo per proteggerci e difenderci da un nemico subdolo e occulto, irriconoscibile, crudelmente invisibile ai nostri occhi, eppure capace anche di ucciderci, a volte, spesso.
Non più la foderina nera dei quaderni con la costola rossa evocanti ricordi da Libro Cuore, ma altri materiali, certo più costosi, ma meno ricchi di fascino e magia e neppure le amorevoli mani delle madri che con il semplice uso delle forbici, confezionavano la felicità dei propri figli.
Ma le mascherine cosiddette chirurgiche, divenute oggi indiscusse protagoniste, introvabili delle nostre vite, molto più serie ed inquietanti e per nulla giocose come le loro progenitrici, hanno un altro grandissimo difetto, per me psichiatra in modo particolare e speciale, oltre agli altri di cui sopra:
Indossate come di regola da me e dai miei pazienti, che siedono avanti a me a distanza di sicurezza, proteggono, ma occultano irrimediabilmente i Loro volti, lasciando liberi solo gli occhi, che se è vero sono lo specchio dell’anima, sono affiancati, nell’esprimere ciò che abbiamo dentro quella stessa anima, aiutati, supportati dai tratti del volto, dalle espressioni di questo, dai mutamenti di questo, apparentemente impercettibili e che invece tantissimo rivelano a chi li osserva con attenzione e da questi desume molto più di quanto trasmettono le parole.
Un improvviso rossore, una smorfia rapidissima del viso, un corrugare la fronte, un sorriso sulle labbra, cui non corrisponde un analogo sorriso con gli occhi, un microscopico tremito della mandibola, o delle labbra, indice di uno stato di imbarazzo e di ansia, mentre a parole si ostenta sicurezza, un pallore innaturale e subitaneo, sono più rivelatori di tante parole e discorsi forbiti.
Tutto questo viene occultato, nascosto, represso dalle odierne mascherine, che ho imparato ad odiare, e che rendono me psichiatra, come un chirurgo che operi con gli occhi bendati, mascherine che rimarranno inalienabili, insostituibili presenze preziose nella nostra vita, ancora per chissà quanto tempo, facendomi rimpiangere le mie mascherine di Zorro, di proustiana memoria.

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