Riprendiamo il discorso da dove lo abbiamo lasciato ieri, iniziando a scrivere questa nuova pagina del nostro Diario, dedicata alle Abitudini.
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Con l’insorgere della epidemia, trasformatasi poi in pandemia, quando l’allarme è divenuto molto serio e generale, abbiamo dovuto rapidamente abbandonare, non senza una certa riluttanza, le nostre care e vecchie abitudini, consolidate e stratificate nel tempo.
Ricordo che guardavamo con un sorriso, a malapena nascosto, i precursori, pochi, che già indossavano le mascherine avanti alla bocca e al naso e pensavamo che fossero degli ipocondriaci timorosi di un inesistente contagio, ma solo dopo pochi giorni, anche noi abbiamo indossato quelle stesse preziose mascherine, divenute introvabili e ricercate ansiosamente.
Questo è stato il primo, repentino, drastico cambiamento di abitudini consolidate da sempre, che abbiamo compiuto di buon grado, accompagnato da una nuova consuetudine, che avrebbe, da bambini, fatto la gioia dei nostri genitori, quando ce lo imponevano d’autorità, ossia il lavaggio frequente delle mani, compiuto correttamente prima, solo dai pazienti ipocondriaci o fobici dello sporco. Fin qui poco male, anzi nulla di male, ma tutto di bene.
Altre abitudini, o consuetudini, ci è costato certo di più, improvvisamente eradicare, con grande sollecitudine e autoimposizione.
Sono state le abitudini consolidate da sempre e legate alla nostra vita affettiva e di relazione. Pensiamo solamente ai saluti, stringendoci le mani, divenuti improvvisamente proibitissimi veicoli di contagio.
Mi è costato moltissimo reprimermi, nel gesto spontaneo di tendere la mano verso l’altra persona, notando anche in Lei un certo imbarazzo.
Ma rapidissimamente, il gesto familiare e abituale, è stato richiamato in alto, ai livelli cerebrali della coscienza, come abbiamo visto, e disattivato, sostituendolo con un imbarazzato e contenuto sorriso, visto che i saluti romanamente a braccio levato in alto, sono proibiti per legge.
Per non parlare poi degli abbracci, così affettuosi e calorosi, alle nostre latitudini latine, proibitissimi, assieme ai spesso associati baci sulle guance, in quanto assolutamente non rispettosi delle distanze di sicurezza.
Eppure, anche questa bellissima e confortante abitudine è rapidamente, improvvisamente venuta meno, senza colpo ferire, a riprova che quando sussiste una causa superiore, così pregnante e importante, ogni sacrificio diviene facile e naturale.
Ci è stata sottratta, proditoriamente, l’abitudine, la consuetudine del caffè al bar, in tazza o al vetro, nelle varie specialità di “lungo, corto, ristretto, schiumato, corretto, macchiato, con latte freddo, o caldo”, solo per citarne alcune, nelle quali si esprimeva il nostro esasperato individualismo, oppure del cugino di questo, il “cappuccino e cornetto” con eventuale e concessa “zuppetta”.
Per non parlare poi delle cene con gli amici al ristorante o in pizzeria, divenute ormai di nostalgica memoria.
Tutte abitudini consolidate e radicate, cui, in pochissimo tempo e con uno sforzo multiplo abbiamo rinunciato e sacrificato sull’altare della salute, realizzando quel “distanziamento sociale” divenuto ora una parola d’ordine imperativa.
La mia paura, il mio terrore, lo confesso, è che queste abitudini, consolidatissime, alle quali così repentinamente abbiamo dovuto rinunciare, sostituendole con nuove e più frigide abitudini di necessaria lontananza, distacco, distanziamento, chiusura in noi stessi, isolamento, autismo, quando sarà cessato, speriamo presto, il pericolo e quindi la necessità della loro sussistenza, non vengano più rapidamente e con gioia abolite, così come sono state, con dolore, abolite le più affettuose e calorose precedenti, ma per una sorta di pigrizia, di abulia, di passivo adattamento, a ciò che ormai è consolidato, di rinuncia ad uno sforzo di cambiamento, rimangano invece in uso, ormai stabili ed accettate, accolte nel nostro quotidiano, come abitudini ormai radicate ed inamovibili.
Se così fosse, in uno scenario che definirei tragicamente apocalittico, in cui sarebbe scomparsa ogni traccia di Umanità, non fisica, ma morale, si sarebbe realizzata quella profezia pronunciata da Krusciov in tempo di “Guerra fredda” a proposito di una catastrofe nucleare, quando disse: ”I vivi sopravvissuti dovranno invidiare i morti di essere morti”.
Se così tragicamente fosse, io in questo nuovo Mondo asettico e anaffettivo, non vorrei vivere e sarei felice, come ho detto tempo addietro, facendo inorridire un mio carissimo Amico, di essere ormai giunto ai” titoli di coda” del film della mia vita.






