Sono un cittadino e un utente dei servizi di comunicazione. Scrivo per segnalare una situazione che, da anni, accomuna migliaia di persone e che dimostra come lo spirito della legge Bersani sia stato, nei fatti, aggirato.
Sulla carta le penali per il cambio di operatore non esistono più. Nella realtà, però, al cittadino vengono richiesti costi mascherati: rate di modem, contributi di attivazione, spese di dismissione. Apparati che spesso non servono a nulla, che non migliorano il servizio e che diventano solo uno strumento per scoraggiare la libertà di scelta.
A questo si aggiunge una pratica ormai diffusa: call center insistenti, ripetuti, talvolta esasperanti, che spingono alla firma di un contratto. Una volta raggiunto l’obiettivo, però, il rapporto si interrompe. Quando il cliente ha bisogno, il telefono squilla a vuoto e le risposte non arrivano.
È quanto sta accadendo anche a Corigliano Rossano, dove in alcuni condomini è in corso il passaggio dalla tecnologia FTTC alla FTTH. Ho provato a contattare la società con cui ho il contratto, sia telefonicamente sia tramite posta certificata. Nessuna risposta. Nessun chiarimento. Nessuna assistenza.
Si parla di città cablate, ma la realtà è ben diversa. Al Nord si viaggia già su velocità di dieci giga. Qui, nel 2025, ci si accontenta di trenta o quaranta mega, quando va bene. Un divario evidente, che pesa sul lavoro, sullo studio, sui servizi essenziali.
Vivere al Sud, e in particolare a queste latitudini, è ancora più difficile anche per questo: diritti teoricamente riconosciuti, ma concretamente ostacolati. La tecnologia avanza, le norme esistono, ma il cittadino resta spesso solo, senza interlocutori e senza tutele reali. La connessione non è un lusso, ma un servizio essenziale. E il rispetto delle regole non dovrebbe dipendere dal codice di avviamento postale.
![]() |
![]() |
![]() |





