L’intervento di Luigi Fraia – Le elezioni suppletive di Reggio Calabria hanno consegnato un risultato che va oltre il nome del nuovo deputato eletto, poiché il dato politicamente più significativo, forse, non è quello dello scrutinio; è quello che lo ha preceduto: l’affluenza si è fermata al 22,34%. In altre parole, alle urne è andato poco più di un elettore su cinque. Su 345.788 aventi diritto, hanno votato circa 77 mila persone. Quasi quattro elettori su cinque non hanno espresso alcuna preferenza. Il confronto con le elezioni politiche del 2022 è impressionante: nello stesso collegio l’affluenza era stata del 49,40%. È vero che il confronto deve essere letto con cautela, perché nel 2022 si votò in una sola giornata, mentre questa volta le urne sono rimaste aperte anche il lunedì. Inoltre, circa 58.700 iscritti nelle liste elettorali risultano residenti all’estero. Ma nessuna di queste circostanze può cancellare la dimensione del fenomeno. E allora la domanda è inevitabile: che cosa sta succedendo al rapporto tra cittadini e politica? È la stessa domanda che mi ponevo qualche mese fa, quando riflettevo sul dibattito relativo alla nuova legge elettorale. Allora scrivevo che una democrazia non può essere giudicata soltanto dalla capacità di produrre governi stabili. Deve essere giudicata anche dalla capacità di mantenere vivo il rapporto tra cittadini e rappresentanti.
Oggi, dopo il voto di Reggio Calabria, quella riflessione appare ancora più attuale.Il problema non è chi ha vinto, ma quanti hanno scelto di non scegliere. Il risultato elettorale è perfettamente legittimo. In una elezione suppletiva, come in ogni altra competizione elettorale, il seggio viene assegnato secondo le regole previste dalla legge. Non è dunque corretto mettere in discussione la legittimità dell’eletto sulla base dell’affluenza. Ma legittimità giuridica e forza della partecipazione democratica sono concetti diversi. Un candidato può essere pienamente legittimato a rappresentare il collegio e, nello stesso tempo, la politica dovrebbe interrogarsi sul fatto che quasi l’80% degli aventi diritto abbia scelto di non partecipare. Quando una parte sempre più consistente dei cittadini smette di considerare il voto come uno strumento attraverso il quale incidere sulle decisioni pubbliche, si produce una frattura tra rappresentanza politica e partecipazione popolare.E quella frattura, se diventa strutturale, può diventare molto più pericolosa di qualsiasi risultato elettorale. Lo spettro che si agita dietro il 22,34% di Reggio Calabria non è dunque quello di una determinata forza politica.
È qualcosa di più profondo: l’idea che votare non serva più a cambiare realmente le cose. È una convinzione che può nascere per molte ragioni: dalla distanza percepita tra politica nazionale e problemi quotidiani, dalla sfiducia nei partiti, dalla sensazione che le decisioni fondamentali vengano prese altrove, dalla scarsa possibilità di scegliere direttamente i propri rappresentanti. Ed è proprio quest’ultimo aspetto che si collega alla riflessione sulla legge elettorale. Infatti la democrazia non può accontentarsi dei votanti. Siamo abituati a leggere i risultati elettorali guardando esclusivamente le percentuali ottenute dai candidati che hanno partecipato alla competizione; ma quando vota il 22,34% degli aventi diritto, quella rappresentazione diventa inevitabilmente incompleta, chiunque vinca. Il vero rischio dell’astensionismo non consiste soltanto nel fatto che sempre meno persone votino, il rischio è che, progressivamente, la politica impari a governare senza preoccuparsi abbastanza di convincere chi non vota, ma una democrazia rappresentativa dovrebbe fare cercare soprattutto di recuperare chi si è allontanato.
C’è poi un paradosso palese. Mai come oggi la politica dispone di strumenti per raggiungere direttamente milioni di cittadini: televisioni, giornali, social network, comunicazione digitale.Eppure la partecipazione elettorale continua a diminuire. Questo significa che il problema probabilmente non è soltanto quanto la politica comunica, ma quanto i cittadini ritengano credibile ciò che viene loro comunicato. E qui torniamo al tema della rappresentanza. Una legge elettorale può certamente essere costruita per garantire governabilità. Può prevedere premi, soglie, correttivi, collegi e diverse modalità di attribuzione dei seggi. Ma nessun meccanismo elettorale, da solo, può risolvere una crisi di fiducia. Anzi, se la riforma elettorale dovesse essere percepita come l’ennesima costruzione tecnica pensata principalmente per assicurare la stabilità delle maggioranze, senza affrontare contemporaneamente il problema della partecipazione, potrebbe persino accentuare la distanza. Il voto non può diventare un rito.
Ecco allora che Reggio Calabria dovrebbe essere considerata un’occasione per riflettere. Quando l’astensione raggiunge dimensioni così elevate, il fenomeno non può essere ignorato. Perché una democrazia non vive soltanto nel momento in cui si contano le schede. Vive anche nel momento precedente: quando il cittadino decide che vale la pena andare al seggio e scegliere. E se quel momento viene progressivamente meno, il problema non riguarda soltanto gli elettori. Riguarda prima di tutto la politica. Nel mio precedente articolo concludevo chiedendomi se la politica fosse davvero disposta a restituire ai cittadini una parte del potere di scelta perduto negli anni. Oggi quella domanda può essere formulata in modo ancora più radicale: che cosa deve fare la politica perché un numero sempre maggiore di cittadini torni a considerare il voto uno strumento utile, e non un gesto ormai privo di reale incidenza?
La risposta non può essere soltanto una nuova legge elettorale. Servono rappresentanti percepiti come realmente scelti dagli elettori, partiti capaci di tornare a svolgere una funzione di collegamento con la società, programmi comprensibili, confronto politico meno distante dai problemi concreti delle persone e, soprattutto, la ricostruzione di un rapporto di fiducia. Perché lo spettro che si agita dietro il 22,34% di Reggio Calabria non è quello di una maggioranza o di un’opposizione. È lo spettro di una democrazia nella quale il diritto di voto rimane intatto, ma rischia di essere esercitato da una parte sempre più piccola dei cittadini. E questo dovrebbe preoccupare tutti, indipendentemente da come si vota. Perché il problema, alla fine, non è stabilire chi vince quando si vota. Il problema è fare in modo che la maggioranza dei cittadini torni a sentire che vale la pena votare, ed è questa la sfida di chi vuole fare politica
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