Un volto che non si vede, una voce che si esprime con il disegno. Viper68 è il vignettista che ogni domenica firma una rubrica sempre più seguita sulla nostra testata di informazione & comunicazione. I suoi tratti hanno fatto discutere, sorridere, riflettere e anche arrabbiare. Lo abbiamo incontrato – idealmente – per capire meglio chi si nasconde dietro la matita.
Come nasce questa tua passione per la vignetta satirica?
«Credo che tutto parta dall’osservazione. Fin da ragazzo guardavo i dettagli delle cose e delle persone, le esagerazioni, le assurdità. La satira è venuta da sé: è uno specchio rotto che riflette l’assurdo del reale. Mi ha sempre attirato l’idea di dire tanto con pochissimo».
Ci racconti qualcosa del tuo percorso formativo?
«Mi sono laureato in Filosofia. Ho sempre avuto una forte attrazione per le parole, la storia, i simboli. La formazione umanistica mi ha dato gli strumenti per leggere tra le righe del quotidiano e trasformarle in vignetta».
Hai vissuto sempre nello stesso posto o ti sei spostato?
«Ho vissuto in diverse città, ma il legame con il Sud è rimasto. Qui ho assorbito i contrasti, i ritmi, la malinconia e l’ironia che poi ritrovo nei miei tratti. Ogni luogo ha lasciato qualcosa nel mio segno grafico».
Che significa per te realizzare una vignetta?
«Significa tagliare con ironia un pezzo di realtà. È un atto immediato, istintivo ma studiato. Una vignetta può sorridere o graffiare, ma se non lascia un segno, è solo un disegno. Io voglio che si rifletta, anche per pochi secondi.»
Qual è la differenza tra un vignettista e un fumettista?
«Il fumettista racconta una storia, il vignettista la sintetizza. Il primo costruisce dialoghi, il secondo riduce tutto a una battuta visiva. Sono due linguaggi diversi, entrambi validi, ma la vignetta ha qualcosa di chirurgico: va dritta al punto.»
Hai iniziato con un tratto leggero, quasi ludico. Perché?
«Ho voluto rompere il ghiaccio. Non conoscevo il pubblico, non sapevo come avrebbe reagito. Ho preferito entrare in punta di piedi, usando ironia senza troppi scossoni. Ma fin dalla terza uscita il riscontro è stato enorme. Da domenica prossima, sperimenterò una tecnica più articolata, con costruzione visiva più complessa, una narrazione più raffinata. Serve tempo, ma il pubblico se lo merita.»
Cosa hai apprezzato maggiormente in queste prime uscite?
«La partecipazione. Anche quando è aspra. Ricevo critiche, polemiche, ma anche affetto, condivisione, sorrisi. Le vignette devono dividere, scuotere, stimolare pensieri. Non voglio indifferenza, e per ora non l’ho mai vista.»
Saranno vignette sempre legate all’attualità locale?
«Sì, principalmente. È una scelta precisa. Questa terra ha bisogno di cultura, di stimoli, di autoironia. Le mie vignette vogliono vivacizzare il dibattito, offrire spunti, portare la gente a guardarsi dentro e attorno.»
A differenza di molti autori, tu rispondi ai commenti, anche in modo diretto. Una scelta che va oltre le regole del distacco tra autore e pubblico. Perché lo fai?
«Perché credo nel confronto. Non mi interessa la distanza, preferisco il dialogo, anche acceso. Ho scelto di uscire dai formalismi perché chi guarda una vignetta merita una risposta, che sia ironica, riflessiva o provocatoria. Non faccio l’intoccabile: ascolto, leggo, rispondo.»
Alcune vignette hanno scatenato reazioni forti, anche odio. Come rispondi?
«Invito a leggere con leggerezza. Il disegno è libertà, non insulto. L’odio non ci appartiene: è l’opposto della civiltà, della democrazia. Le vignette possono anche pungere, ma non devono mai degenerare. Viper68 è velenosa solo quando serve. Mai gratuita, mai rabbiosa. Chi reagisce con rabbia spesso ha paura di ciò che una risata svela.»
Un’ultima cosa: quando potremo vedere la prossima vignetta?
«Domenica prossima, come sempre, alle ore 11. È un appuntamento fisso, una ritualità che si rinnova ogni settimana. Il disegno ha bisogno di attesa, di ritmo. E io non mancherò.»
Un’ultima, ultimissima: perché “Viper68”?
«Perché ogni tanto un pizzico ci vuole. E perché la memoria conta: dentro quel numero c’è una generazione che non ha mai smesso di guardare il mondo con occhi critici.»
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