Che Gemma di libro! Luce d’agosto di William Falkner, una lettura per il mese delle vacanze e del relax

«SE NE FA, DI STRADA»

«È perché succedono tante cose. Troppe cose. È per questo. L’uomo fa, combina, tanto più di quanto riesca a sopportare o debba sopportare. È così che scopre di poter sopportare qualsiasi cosa».

Per qualcuno è un “mattone” americano, per altri, vedi Tommaso Pincio nella quarta di copertina, il “paradiso dei lettori”. «Nella mia terra la luce ha una sua qualità particolarissima: fulgida, nitida, come se venisse non dall’oggi ma dall’età classica». Io, “Luce d’agosto” (Adelphi), l’ho affrontato aspettando il mese richiesto dal titolo, tra bus treni e in riva al mare, e non voglio negarne né la mole né la portata letteraria. Questo capolavoro va “cercato”, se è vero che, terminato il manoscritto di 527 pagine nel 1932, Faulkner ne ha dovuto raccattare i fogli uno ad uno tra cespugli e fossati, dopo che la moglie Estella, furibonda, li aveva gettati fuori dal finestrino della macchina.

Uno dei miei sporadici e avventurosi salti nelle opere del Novecento d’oltreoceano ci porta oggi nel Sud degli anni Venti, nella contea inventata di Yoknapatawpha (Lafayette in realtà) e nella città di Jefferson (Oxford). Mario Maffi, in un podcast di Rai Radio 3 con sottofondo musicale country, descrive benissimo le ambientazioni faulkneriane. Siamo tra i sudisti decadenti, sui quali gravano tutte le conseguenze della Guerra di Secessione e l’opprimente nostalgia del passato in cui, sì, c’era la schiavitù ma la vita era più spontanea. Lottano con un presente che li schiaccia e idealizzano, distorcendolo, un tempo perduto che non era l’Eden.

William Falkner (la “u” viene aggiunta per errore da un editore e lui decide di tenerlo come nome d’arte) nasce nel 1897 a New Albany, Mississippi. Tra il 1931 e il 1936 inanella una “pascoliana” serie di tragedie. La figlia Alabama sopravvive meno di dieci giorni e lui porta da solo la piccola bara al cimitero. Muoiono, poi, il padre e il fratello più giovane Dean. Nel frattempo con i libri non campa, è terrorizzato dal fallimento come il contemporaneo Fitzgerald, perciò accetta di lavorare, “schifato e frustrato”, ad Hollywood. Il primo giorno si presenta in ritardo, spettinato, ubriaco, con la testa sanguinante. Nonostante le migliaia di pagine dattiloscritte, rimane la sua firma di sceneggiatore su cinque film, tra cui “The Big Sleep” di H. Hawks. Nel 1949 vince il Premio Nobel e, con il denaro ricevuto, istituisce a sua volta un premio a favore dei nuovi talenti letterari, il Premio Faulkner. Beve e viaggia in tutto il mondo. Muore a 64 anni per un infarto e lascia la sua casa in eredità all’Università del Mississippi, affinché sia utilizzata come alloggio per gli studenti di giornalismo. Un’accurata biografia è la “Cronologia” di Fernanda Pivano nel “Meridiano” pubblicato da Mondadori nel 1995.

Non è facile riassumere le storie di Faulkner, spesso i protagonisti parlano in prima persona come in preda a un flusso di coscienza (confermata l’influenza di Joyce) e la narrazione frammenta l’intreccio con lunghe digressioni, salti temporali e prospettive multiple. “Luce d’agosto” è probabilmente uno dei romanzi meno criptici in tal senso. «Seduta sul bordo della strada, guardando il carro che viene su per la salita verso di lei, Lena pensa: “Arrivata fino a qui dall’Alabama: una bella distanza”». Comincia così, raccontando dell’irriducibile Lena che cerca speranzosa il suo amore e padre del bambino che porta in grembo, Lucas Burch. L’inquadratura si sposta, immediatamente dopo, su un incendio alle porte della città. Le fiamme celano per una manciata di ore l’omicidio di Joanna Burden, donna del Nord che aiutava le persone di colore. Chi è l’assassino? Mille dollari per una risposta “scontata”: Joe Christmas, uomo dal passato oscuro, incerto sulla propria identità razziale e perseguitato dai pregiudizi. Tanti i capitoli dedicati a questo antieroe, tacciato di abominio sin dalla nascita, e alla sua relazione malata con la vittima. La comunità rurale di Jefferson è discriminatoria, diciamo pure razzista, gli unici in grado di compassione sono l’ex pastore dannato Gail Hightower e il buon operaio Byron Bunch. Immortalati come personaggi epici. Lena partorisce tra le ultime righe e si rimette in strada… Lasciandoci dentro un’atmosfera di percorrenza.

“Luce d’agosto”, latore del forte e cupo messaggio sociale e psicologico della citazione iniziale, suscita emozioni contrastanti, rischia più volte di essere “abbandonato” a causa dell’immobilismo di alcuni brani, ma merita fiducia mentre rompe gli schemi all’interno della tragedia universale rappresentata. La Luce, per Faulkner, non si oppone al buio ma è da esso inscindibile. Come il sangue dalla terra.

Lo consiglio fortemente per questa fine d’estate, sicuramente è più accessibile del più noto “L’urlo e il furore” (Einaudi), labirintica vicenda della famiglia Compson. «Certe giornate verso la fine di agosto a casa sono così, l’aria sottile e pungente come questa, con qualcosa di mesto e nostalgico e familiare. L’uomo è la somma delle sue esperienze climatiche, diceva il babbo. L’uomo è la somma di tutto quello che vuoi».

Gemma

Gemma Guido LIBRO

Che Gemma di libro! ~ ogni domenica su I&C

Gemma Acri Guido è nata a Cariati e cresciuta a Rossano. Ha poi cambiato casa e paese più volte di quelle in cui si è lasciata tagliare i capelli.
Dopo qualche anno nelle scuole del Cuneese, ora insegna Lettere al Liceo artistico di Ciampino. In precedenza è stata corrispondente de “Il Quotidiano della Calabria”, editor e correttrice di bozze. Le piace mangiare (anche se non si direbbe!), andare al cinema, viaggiare e camminare. Crede che i suoi genitori l’abbiano ormai perdonata per aver trasformato la loro casa in una biblioteca. E che l’ironia, i cani e la poesia salveranno il mondo. Oltre alla lettura, naturalmente!

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