Dalle indagini della Dda di Catanzaro emerge la riorganizzazione del “crimine” cirotano. Decisive le dichiarazioni di Acri, ex boss di Rossano
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Le accuse vanno dall’associazione mafiosa alle estorsioni, fino agli omicidi e al traffico d’armi. L’inchiesta, coordinata dal procuratore Salvatore Curcio, avrebbe documentato la capacità della consorteria di mantenere il controllo del territorio tra Cirò, Strongoli e Cariati, anche grazie al coinvolgimento di familiari di vecchi affiliati.
Decisive le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Nicola Acri, detto “Occhi di ghiaccio”, ex capo della cosca di Rossano, insieme a quelle di Gaetano Aloe, cognato di Giuseppe Spagnolo “’U banditu”. Le loro rivelazioni hanno permesso di ricostruire anni di violenze, affari e vendette interne.
Tra i fatti più gravi contestati figura l’omicidio dell’imprenditore edile Francesco Mingrone, ucciso nel 2003 a Cirò Marina con un colpo alla testa. Secondo gli inquirenti, a decretarne la morte sarebbe stato un gesto di ritorsione per motivi personali.
Le indagini hanno inoltre rivelato una fitta rete di estorsioni ai danni di aziende, anche impegnate in lavori pubblici finanziati dal Piano nazionale di ripresa e resilienza. In cambio di “protezione” o per ottenere l’assunzione di parenti, gli affiliati avrebbero imposto versamenti mensili e forniture gratuite.
Individuato anche un fondo comune, la cosiddetta “bacinella”, utilizzato per sostenere le famiglie dei detenuti e finanziare le spese legali del gruppo. Gli investigatori hanno documentato la disponibilità di armi e la continuità operativa delle ‘ndrine collegate alla famiglia Giglio di Strongoli e alla consorteria di Cariati.
Secondo la Dda, il “crimine” di Cirò ha saputo rialzarsi dalle sue stesse ceneri, riaffermando la propria presenza nella fascia ionica crotonese. Un ritorno alla luce che porta il segno, ancora una volta, delle voci dei pentiti e di un nome pesante: Nicola Acri.





