Aderiamo allo sciopero dei giornalisti con la consapevolezza che non sarà questa astensione a cambiare la condizione reale di chi lavora ogni giorno in redazioni svuotate, senza tutele e senza futuro. La verità è che la maggior parte dei giornalisti italiani vive senza un contratto stabile, spesso senza contributi, con compensi che non permettono una vita dignitosa. È un paradosso: chi racconta il Paese vive in una condizione che il Paese stesso fatica a vedere.
Per anni alcuni volti noti del settore hanno goduto di trattamenti fuori scala, prosciugando risorse dell’ente previdenziale e della cassa sanitaria mentre molti colleghi arrancavano. Nessuno ha avuto il coraggio di intervenire, e oggi paghiamo il conto di una gestione mai affrontata con serietà. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un sistema previdenziale al collasso e una categoria stremata.
La politica continua a ignorare il tema. Non vuole un’informazione davvero libera. Lo dimostrano i mancati interventi e la dipendenza crescente del servizio pubblico dai colori dei governi. Basta accendere un talk per vedere come la linea editoriale spesso coincida con gli equilibri del potere.
Una riforma strutturale dovrebbe garantire autonomia reale ai giornalisti e finanziare organismi composti solo da professionisti, così da assicurare stipendi, tutele e indipendenza. Oggi, invece, chi lavora nel settore deve fare tutto: foto, video, montaggi, rapporti con le fonti e produzione di contenuti. Una mole di impegni enorme per compensi ridicoli.
In questo vuoto generale, la qualità dell’informazione crolla. Si rincorrono contenuti urlati, provocazioni e notizie costruite per un like, mentre la verifica dei fatti perde terreno. È un sistema che porta all’impoverimento della professione e all’erosione della fiducia dei cittadini.
Molti colleghi lasciano il giornalismo per approdare alla comunicazione, scelta comprensibile ma che segnala una fuga dal mestiere. Intanto cresce l’abusivismo, con figure che operano senza alcuna formazione né controllo, mentre chi è iscritto all’ordine sostiene costi, corsi e obblighi che non trovano riscontro in alcuna tutela reale.
Dare tutta la colpa agli editori è troppo facile. Il settore è in difficoltà strutturale. Se ne esce soltanto con una riforma che rimetta al centro chi fa informazione. Senza questo, qualsiasi sciopero sarà solo un segnale simbolico destinato a perdersi nel silenzio.
Il giornalismo oggi tocca il fondo. Voltarsi dall’altra parte significa accettare l’idea che raccontare la realtà valga sempre meno. E questo un Paese non può permetterselo.
Matteo Lauria – Direttore I&C
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