REFERENDUM COSTITUZIONALE DEL 22 E 23 MARZO 2026. L’astensionismo come variabile decisiva.

editoriale

Nel referendum costituzionale del 22 e 23 marzo 2026 non è previsto il quorum. Questo è il punto essenziale, perché distingue questa consultazione dai referendum abrogativi. In Italia, quando si vota ai sensi dell’articolo 138 della Costituzione per confermare o respingere una legge di revisione costituzionale, il risultato è valido qualunque sia l’affluenza: prevale l’opzione che ottiene la maggioranza dei voti validi.

Ciò non significa, tuttavia, che l’astensionismo sia irrilevante; al contrario, potrebbe rivelarsi una variabile decisiva. Non per un automatismo giuridico, l’assenza di quorum esclude la strategia del “non voto” come strumento per far fallire la consultazione — ma per un equilibrio politico e sociologico più complesso.

In una consultazione che si decide a maggioranza semplice, non conta tanto il numero complessivo degli aventi diritto quanto la capacità dei diversi schieramenti di mobilitare il proprio elettorato. Chi resta a casa non incide formalmente sul risultato, ma contribuisce a ridurre il corpo elettorale effettivo su cui si misura la maggioranza.

Nel dibattito pubblico emergono due approcci diversi. Il fronte del “Sì” tende a valorizzare il referendum come momento di esercizio diretto della sovranità popolare, sottolineando l’importanza di confermare la riforma attraverso il voto dei cittadini. Il fronte del “No”, dal canto suo, concentra l’attenzione sulla necessità di respingere il testo, ritenendolo non condivisibile o non adeguato. In questa chiave, la consultazione viene letta come un passaggio cruciale per fermare un cambiamento ritenuto non opportuno.

In questo quadro, l’astensione assume un peso politico. Se l’affluenza fosse elevata, il risultato rispecchierebbe una partecipazione ampia e trasversale. Se invece la partecipazione fosse contenuta, il voto verrebbe determinato soprattutto dagli elettori più motivati.

E nei referendum costituzionali la motivazione conta spesso più dell’orientamento generico rilevato nei sondaggi.

Il “Sì” può contare su un consenso che nella fese iniziale pareva significativo nell’opinione pubblica. Tuttavia, trattandosi di un voto su un testo tecnico e non su candidati o liste, l’interesse dell’elettorato potrebbe variare in base alla percezione della posta in gioco e alla capacità di comunicare in modo chiaro i contenuti della riforma. Il “No”, allo stesso modo, può trasformare la contrarietà nel merito in una forte mobilitazione al voto. In uno scenario di affluenza medio-bassa, un elettorato particolarmente compatto potrebbe incidere in modo determinante sull’esito finale, anche in presenza di un Paese diviso.

Non si tratterebbe di una “vittoria tecnica”, ma di un risultato pienamente politico maturato su una platea più ristretta di votanti determinati ad ottenere il risultato.

Un altro elemento riguarda la legittimazione politica del risultato. Una riforma costituzionale approvata con un’alta affluenza avrebbe un peso simbolico evidente. Al contrario, un esito maturato con una partecipazione contenuta — sia in caso di vittoria del “Sì” sia del “No” — solleverebbe inevitabilmente riflessioni sul livello di coinvolgimento del corpo elettorale.

Quindi il 22 e 23 marzo non si misurerà soltanto il rapporto tra favorevoli e contrari alla riforma, ma anche il grado di partecipazione civica attorno a un passaggio che incide sull’assetto istituzionale.

Se dovesse prevalere il “No”, l’effetto giuridico sarebbe chiaro: la riforma non entrerebbe in vigore.

L’effetto politico, invece, dipenderebbe da diversi fattori.

In primo luogo, dal livello di coinvolgimento del governo guidato da Giorgia Meloni nella campagna referendaria. Quanto più l’esecutivo avrà legato la propria immagine all’approvazione della riforma, tanto più una bocciatura potrà essere interpretata come una sconfitta politica diretta. Se invece il referendum verrà mantenuto su un piano prevalentemente istituzionale, l’impatto potrebbe risultare più circoscritto.

In secondo luogo, peserà il margine del risultato. Una sconfitta di misura, in un Paese diviso, avrebbe un significato diverso rispetto a un’affermazione netta e ampia del “No”.

Terzo elemento: l’affluenza. Un’alta partecipazione accompagnata dalla vittoria del “No” verrebbe letta come un segnale politico forte. Un’affluenza più bassa renderebbe l’interpretazione più articolata, circoscrivendo il risultato a una mobilitazione particolarmente efficace del fronte contrario.

Ma la domanda fondamentale è: il governo rischia di cadere? No, non automaticamente.

Il referendum costituzionale non è un voto di fiducia. In un sistema parlamentare come quello italiano, un governo cessa solo se perde la maggioranza nelle Camere. Una bocciatura referendaria non produce effetti giuridici diretti sulla durata dell’esecutivo. Tuttavia, sul piano politico, un esito negativo potrebbe incidere sugli equilibri: rafforzare le opposizioni, stimolare un dibattito interno alla maggioranza o influenzare il calendario delle riforme successive.

Le conseguenzialità di questo ragionamento sono che in politica, oltre ai numeri, conta la percezione.

Se il risultato verrà interpretato come un giudizio complessivo sull’operato dell’esecutivo, il referendum assumerà inevitabilmente un significato politico più ampio. Se invece sarà letto come una valutazione specifica sul merito della riforma, l’impatto resterà circoscritto al tema istituzionale.

In ogni caso, anche senza quorum, la partecipazione sarà la vera cartina di tornasole. Perché nei referendum costituzionali non vince chi ha più sostenitori potenziali, ma chi riesce a trasformare il consenso — o il dissenso — in voto effettivo. Avv. Luigi Fraia.

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