Editoriale | Referendum, una sconfitta che pesa più del risultato

Il risultato del referendum lascia un segno netto. Non solo per l’esito in sé, ma per ciò che racconta del Paese. A titolo personale ero per il sì. Come testata, abbiamo scelto di non schierarci. Una scelta legittima, ma che oggi impone una riflessione più ampia e, se possibile, più severa.

Il punto è semplice: ci sono materie che non possono essere affidate al voto popolare. Non è una provocazione, ma una constatazione. Il giudizio collettivo, per come si forma oggi, presenta livelli di superficialità molto alti. Non si tratta di offendere nessuno, ma di guardare la realtà. Una parte consistente dell’elettorato non ha gli strumenti per comprendere temi complessi, soprattutto quando si parla di Costituzione.

Il dato più evidente riguarda i giovani. Molti di loro si informano poco, leggono meno, si affidano a messaggi brevi, veloci, spesso privi di contenuto. È il tempo dei messaggi rapidi, della sintesi estrema, dove tutto viene ridotto a poche parole. Ma una riforma costituzionale non può essere compressa in uno slogan. Richiede studio, approfondimento, capacità critica. Tutte cose che oggi, in molti casi, mancano.

Questo referendum avrebbe dovuto essere affrontato in un altro modo. Avrebbe richiesto un percorso diverso, più alto, più condiviso. Una vera assemblea costituente, capace di mettere insieme competenze, visioni, responsabilità. Ma in Italia questo non accade. Non accade perché prevale sempre lo scontro. Destra contro sinistra, sinistra contro destra. E tutto questo per interessi dei singoli gruppi, avidi di potere. Un confronto sterile, che blocca ogni possibilità di costruzione comune.

Manca la maturità politica. Manca la capacità di riconoscere che alcune questioni non appartengono a una parte, ma all’intero Paese. E invece si continua a dividere tutto, a trasformare ogni passaggio in una battaglia. Così non si va avanti. Così si resta fermi.

Il risultato di oggi segna anche questo: un Paese che fatica a cambiare. Un Paese che ha paura del rischio. Che preferisce restare fermo, anche quando il cambiamento è necessario. E questo è un problema serio.

Si voleva intervenire su alcuni articoli della Costituzione. Ma nessuno si pone una domanda più grande: quanti articoli della Costituzione oggi non sono applicati? La questione vera è questa. Non si tratta solo di modificare, ma di attuare ciò che già esiste. Ma questo tema non conviene affrontarlo, perché qui le responsabilità sarebbero trasversali.

L’articolo 1 parla di una Repubblica fondata sul lavoro. Eppure una parte consistente del Paese è senza occupazione. È una contraddizione evidente. E non è l’unica.

Prendiamo un esempio concreto. Il diritto alla mobilità. Se un cittadino di Campana deve raggiungere il tribunale di Castrovillari per una testimonianza, come fa? Esiste solo un collegamento di autolinee con un’azienda privata, al mattino presto. Non pubblico. Se non ha un mezzo proprio, resta bloccato. Questo non è forse un diritto negato? Questa non è una violazione concreta di un principio costituzionale? E allora la domanda è inevitabile: cosa facciamo degli articoli che non vengono rispettati? Li ignoriamo? Li consideriamo carta inutile?

Si parla spesso di sovranità popolare. Il popolo è sovrano, si dice. Ma poi sappiamo che molte decisioni vengono prese altrove, da interessi forti, da gruppi di pressione. Anche questo è un dato reale. Dentro questo quadro si inserisce un altro elemento: la responsabilità politica.

Anche a livello locale, gli esempi non mancano. A Corigliano Rossano, tra il 2018 e il 2019, il referendum sulla fusione vide la vittoria del sì. Quello era un passaggio importante. Un’occasione per costruire un governo condiviso, nato da una visione comune. C’erano tre candidati, tutti favorevoli al sì. Eppure si è scelto lo scontro. Si è perso il senso di quel voto. Si doveva lavorare insieme, almeno nella fase iniziale. Dare stabilità, accompagnare il processo. Non è successo. Ancora una volta ha prevalso la divisione. Ed ecco che la famosa avidità di una gestione del potere ritorna prepotentemente.

Questo schema si ripete. Sempre. Anche oggi. E riguarda tutti, nessuno escluso. Anche il centrodestra deve interrogarsi. Non è possibile impegnarsi solo quando c’è un interesse diretto, quando ci sono candidature, posizioni da conquistare. E poi disimpegnarsi su temi più ampi, più complessi, come quelli referendari. Serve coerenza. Serve continuità. Serve presenza.

C’è poi un altro dato che pesa, e che spesso viene sottovalutato: l’astensionismo. Sempre più cittadini scelgono di non votare, di restare a casa. Le percentuali sono alte e, tornata dopo tornata, crescono. È un segnale chiaro, ma non è una forma efficace di protesta.

Il non voto non cambia gli equilibri. Non blocca le decisioni. Non mette in discussione chi governa. Le strutture di potere vanno avanti comunque, ignorano l’assenza, e continuano a decidere. Restare a casa, quindi, non è una risposta. È una rinuncia.

Chi non partecipa per più volte a una consultazione dovrebbe essere chiamato a una responsabilità. Il diritto di voto non può essere solo una facoltà da esercitare quando conviene. Deve essere anche un dovere civico. E chi sceglie sistematicamente di non esercitarlo, dovrebbe perdere quel diritto. È una posizione netta, ma necessaria. Perché senza partecipazione non esiste democrazia reale. E senza responsabilità, il sistema si svuota.

Il risultato di questo referendum è, quindi, una sconfitta più ampia. Non solo politica, ma culturale. È la fotografia di un popolo che fatica a crescere, che non ha fiducia nel cambiamento, che evita il rischio. E qui si apre un tema delicato, ma inevitabile: il corpo elettorale. È giusto che tutti votino su tutto? È una domanda che può sembrare scomoda, ma che va posta. Non tutti hanno le stesse conoscenze, lo stesso livello di informazione. Eppure il loro voto pesa allo stesso modo.

Non si tratta di togliere diritti, ma di capire se il sistema attuale è ancora adeguato. Se garantisce davvero decisioni consapevoli. Serve un intervento. Serve una riflessione seria da parte del legislatore. Perché così non si può andare avanti. La mentalità resta ferma, ancorata a schemi vecchi, incapace di evolvere. E questa è la vera amarezza. Non tanto per il risultato, ma per ciò che rappresenta. Un Paese che non cambia, che non rischia, che non cresce. E in queste condizioni, il futuro resta fermo con lui.

Matteo Lauria – Direttore I&C

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