Editoriale | Cinque pistole e una verità scomoda: la sicurezza non basta mai

A Corigliano Rossano armi pronte a sparare, arresti e polemiche: la presenza dello Stato è reale, ma insufficiente per garantire serenità ai cittadini


Cosa ci si fa con le pistole? Ci si spara. È una domanda semplice, con una risposta ancora più chiara. Ed è da qui che bisogna partire. Cinque armi pronte all’uso, con matricole cancellate, non servono per fare scena. Servono per colpire. Per ferire. Per uccidere. E allora raccontare una città tranquilla diventa difficile. Anzi, impossibile. Il blitz dei carabinieri dimostra una cosa precisa: lo Stato c’è.
C’è quando indaga, quando arriva prima che qualcuno prema il grilletto, quando sequestra droga e armi e porta in carcere chi le custodisce. Gli investigatori hanno lavorato bene, ancora una volta. Forse grazie a una segnalazione, forse con attività silenziose e pazienti. Poco cambia. Il risultato è concreto e va riconosciuto. Ma non basta.

Non basta perché restano troppe zone d’ombra. Restano omicidi senza risposta, episodi violenti che non trovano colpevoli, fatti meno gravi ma continui che alimentano un clima di insicurezza. È una realtà che non si può ignorare o minimizzare. E poi c’è un problema più grande, che va oltre le dinamiche criminali locali. Riguarda la sicurezza quotidiana dei cittadini.

Si avvicina l’estate. Gli operatori turistici investono, lavorano, scommettono sul territorio. Vogliono ordine, vogliono tranquillità. Anche solo quella percepita. È una richiesta legittima. In molte città italiane – anche calabresi – la presenza dell’esercito è normale. Nessun clamore, nessuna guerra politica. Solo uomini in divisa che presidiano e trasmettono un senso di sicurezza.

A Corigliano-Rossano no. Qui è scoppiato lo scontro. Divisioni, polemiche, un consiglio comunale che si oppone. Tutto questo per rinunciare a una presenza in più, senza costi per il Comune, a carico dello Stato. È una contraddizione evidente. Da una parte si ripete “lo Stato c’è”. Dall’altra si registrano sparatorie, aggressioni, sequestri di armi e droga. E allora quella frase rischia di diventare vuota.

Pensare di risolvere tutto con nuovi concorsi nelle forze dell’ordine è illusorio. Servono anni, servono risorse, e alla fine arrivano poche unità in più, spesso utili solo a coprire turni e non a rafforzare davvero il controllo del territorio.

Serve pragmatismo. Serve riconoscere che, in alcune fasi dell’anno, è necessario un supporto straordinario. Dalla stagione degli agrumi, con l’arrivo di molti lavoratori stranieri, fino all’estate, quando località come Schiavonea si riempiono. Non è una resa. È buon senso. La sicurezza non è una bandiera politica. Non è terreno di scontro. Riguarda la vita delle persone. Lo Stato c’è, sì. Ma da solo, così com’è, non basta.

Matteo Lauria – Direttore I&C

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