Il partigiano Marco De Simone, a cura di Martino Antonio Rizzo

di Martino Antonio Rizzo

Marco De Simone, antifascista e politico rossanese, sfuggito a Firenze – dove studiava – alla cattura da parte della Banda Carità, dopo aver trascorso nei primi mesi del ‘44 giorni molto difficili perché non sapeva dove nascondersi, a maggio venne inviato dal Partito Comunista in Romagna, in provincia di Ravenna.

A Firenze la 92ª legione fascista della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, meglio conosciuta come Banda Carità in quanto era guidata da Mario Carità, ebbe un ruolo cruciale nel corso dell’ultimo biennio della seconda guerra mondiale come braccio armato dell’antiresistenza. Era formata da una squadra di fascisti violenti e crudeli che inflisse i maggiori danni all’organizzazione partigiana in Toscana nel periodo settembre 1943 – agosto 1944.

I suoi metodi brutali includevano attentati, infiltrazioni, provocazioni, esecuzioni sommarie e soprattutto l’uso costante della tortura che utilizzavano durante gli interrogatori che tenevano nella cosiddetta Villa Triste, un palazzo fiorentino situato in via Bolognese. I prigionieri che entravano in questa villa difficilmente ne uscivano vivi.

Nel ravennate esisteva una vasta, larga e generale partecipazione alla lotta antifascista da parte di tutta la popolazione che aveva la sua punta di diamante nella famosa 28° Brig. Garibaldi “Mario Cordini”, guidata da Arrigo Boldrini, detto Bulow, medaglia d’oro della Resistenza. E proprio in Romagna il PCI affidò a Marco De Simone la direzione politica di due zone: in una prima fase quella di Bagnacavallo, che comprendeva i comuni di Bagnacavallo, Cotignola e Russi e subito dopo anche la zona di Lugo che comprendeva i comuni di Lugo, Fusignano, Sant’Agata e Solatolo.

Marco nella sua attività politica utilizzava tanti nomi diversi per nascondere ai fascisti la propria identità: Giovanni, Emo e in Romagna veniva chiamato “E Tuscan”, “E student”. La zona dove era stato inviato era abitata principalmente da braccianti, mezzadri, piccoli proprietari, insomma una realtà contadina che lì prevaleva. Pertanto furono organizzate azioni attinenti a quel mondo: il blocco della trebbiatura del grano nel 1944 per impedire che venisse requisito dalla Wehrmacht e trasferito in Germania, oppure quella del trasferimento dalle stalle del bestiame migliore per nasconderlo affinché non fosse confiscato dai tedeschi.

Le donne del posto davano il loro apporto alla lotta facendo le staffette e organizzando larghe proteste di massa contro le violenze naziste. I giovani, oltre a costituire la maggioranza delle forze combattenti, cioè della lotta amata, erano associati nell’organizzazione del Fronte della Gioventù che riuniva quelli di ispirazione e orientamenti politici, sociali, culturali, religiosi diversi, ma con un obiettivo comune: la lotta per la liberazione del paese dal nazismo e dal fascismo.

Marco a Cotignola intratteneva rapporti anche con Aurelio Macchioro e con suo cognato Ernesto De Martino, allora entrambi azionisti, oltre che con Giuseppe D’Alema e altri compagni. In quel periodo era a Cotignola anche il fiorentino Carlo Campolmi, che era sfuggito ai tedeschi dopo essere stato catturato a Firenze e torturato a Villa Triste.

Aurelio Macchioro nel corso del ’42 si era avvicinato al gruppo azionista di Firenze durante il suo soggiorno in questa città e così aveva conosciuto Campolmi e Marco De Simone.

Per meglio inquadrare i personaggi citati c’è da aggiungere che Aurelio Macchioro, nato a Napoli nel 1915, si era laureato in giurisprudenza e scienze politiche in quell’università, successivamente negli anni trenta borsista in Inghilterra e presso la Bocconi. Il suo campo d’interesse era l’economia politica e la storia del pensiero economico.

Il cognato, Ernesto De Martino, che aveva sposato la sorella Anna Macchioro, era un antropologo, etnologo, filosofo e storico delle religioni. Nell’estate del 1943 aveva raggiunto a Cotignola la moglie e le figlie, sfollate per sfuggire alle persecuzioni antiebraiche. Sebbene De Martino non fu un partigiano combattente, svolse comunque un grande lavoro sul piano della lotta culturale contribuendo così alla ripresa dell’attività politica dell’antifascismo locale. Non faceva mancare altresì la sua complicità e il suo sostegno logistico e materiale per proteggere perseguitati politici e partigiani.

In questo alto ambiente culturale Marco De Simone trovò terreno fertile per costituire a Cotignola, con De Martino e suo cognato Aurelio Macchioro, il Fronte Democratico della Cultura.

Il Fronte partiva da alcune considerazioni riportate da Marco De Simone in un suo documento firmato il 22 agosto 1944 con lo pseudonimo di Giovanni.

Il popolo con i contadini, gli operai, le donne, i giovani, era ben presente e attivo nella lotta al fascismo, ma «l’ingegnere, il medico, il magistrato, credono di aver esaurito il proprio compito quando siano abili professionisti e quando conoscono la materia che è di loro competenza. In tal guisa è andato smarrito il fondamento umano, civile e sociale su cui deve poggiare la stessa tecnica: il tecnicismo unilaterale promosso e favorito dal fascismo in Italia ha concorso a depauperare ulteriormente il contenuto umano e sociale della nostra cultura» Bisognava perciò «concorrere a risvegliare nel tecnico l’uomo, a fargli sentire la limitatezza del suo orizzonte meramente professionale, a stimolarlo ad una consapevole adesione alla società cui è membro e a una più viva coscienza della solidarietà sempre più ampia che deve stringere fra loro i popoli per il raggiungimento di un ordine internazionale, in cui a una politica di sopraffazione si sostituisca una politica di collaborazione: tutto ciò rientra nei compiti del fronte democratico della cultura».

L’iniziativa del Fronte, che prevedeva una organizzazione strutturata, era il completamento di una riflessione più ampia sul contributo che avrebbe dovuto apportare con la sua cultura anche il cosiddetto “popolo istruito” alla guerra di Liberazione “popolare”, condotta da donne, contadini e uomini “semplici”. Così il Fronte doveva costituire il luogo di convergenza e di propulsione dell’azione degli intellettuali, come completamento delle attività clandestine e sediziose che vedevano innanzitutto protagonista il “popolo” con le attività dei contadini contro le operazioni indebite di accaparramento da parte dei tedeschi, l’adesione entusiasta di molti giovani partigiani alle Brigate partigiane e il contributo delle donne nelle staffette partigiane e in manifestazioni pubbliche di dissenso nei confronti dell’occupazione.

 

 

  1. Le notizie su questo articolo sono state reperite dai testi:

Isolo Sangineto, Intervista al Sen. Salvatore Marco De Simone. Bollettino ICSAIC, Fasc. 10, 1991, pp. 41-61._

Riccardo Ciavolella, L’intellettuale e il popolo dalla crisi morale al riscatto socialista. 2016.

Marco De Simone, “Testimonianza”, in Comune di Cotignola, XXXV anniversario della Liberazione, cit., pp. 26-30.

Luigi Leno Casadio, I dissidenti antifascisti e Resistenza a Cotignola, Walberti, Lugo

Teresa Valenti, Le donne della Resistenza partigiana di Alfonsine e Santa Sofia. Tesi di laurea 2014/2015

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