C’è un errore che continua a ripetersi lungo la fascia ionica: si costruiscono eventi con attenzione, passione e impegno, ma si trascura proprio ciò che ne determina la riuscita, la comunicazione. Non è un dettaglio, non è un accessorio. È il motore che porta le persone a sapere, capire, scegliere di partecipare.
Si confonde spesso l’informazione con la comunicazione. Due piani distinti. L’informazione racconta un fatto, fotografa un momento e si esaurisce. Può esserci oppure no. La comunicazione, invece, è un processo. Richiede tempo, metodo, strumenti. Va pianificata, costruita, distribuita. Non nasce per caso.
Eppure, nei programmi di molti eventi questa voce è assente. Quando compare, viene gestita in modo approssimativo, affidata a rapporti personali, a contatti amicali, senza una visione strutturata. Il risultato è sempre lo stesso: iniziative valide, a volte di alto livello, che restano chiuse in un circuito ristretto. Addetti ai lavori, conoscenti, familiari. Oltre quel perimetro, il vuoto.
Poi arrivano le lamentele: «Abbiamo fatto un grande evento, ma non è venuto nessuno». Non è una sorpresa. Senza una strategia mediatica, nessuna iniziativa può raggiungere un pubblico ampio. Non basta organizzare, bisogna far sapere. E soprattutto far arrivare il messaggio nei luoghi giusti, nei tempi giusti.
Comunicare significa attivare più canali: social, televisione, radio, giornali. Significa costruire contenuti, programmare uscite, creare interesse prima, durante e dopo l’evento. Significa pensare anche a chi non può essere presente: chi lavora, chi è in ospedale, chi è lontano. Oggi, con gli strumenti digitali, si può arrivare ovunque. Non sfruttarli è una scelta che limita.
Il problema non è solo economico. È culturale. In altre aree del Paese si segue un modello organizzativo più evoluto, dove la comunicazione è centrale, pianificata fin dall’inizio. Qui, invece, si continua a considerarla secondaria. E così si perde una doppia occasione: dare valore al lavoro fatto e diffondere conoscenza.
Si lavora per mesi su scenografie, ospiti, logistica. Si cura ogni dettaglio. Ma si dimentica ciò che collega tutto questo al pubblico. Senza quel collegamento, anche il miglior evento resta isolato.
Resta un senso di amarezza nel vedere opportunità sprecate, contenuti che potrebbero raggiungere molti e invece restano confinati. Si continua ad accettare una gestione superficiale, lontana da un sistema mediatico moderno. E così, mentre altrove si cresce, qui si rimane fermi, prigionieri di abitudini che non funzionano più.
Matteo Lauria – Direttore I&C
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