C’è un momento preciso in cui qualcosa cambia. Non sempre è visibile subito, ma col tempo diventa evidente. È quel passaggio sottile tra l’essere “uno tra tanti” e diventare “uno che conta”. Ed è lì che spesso emerge la doppia faccia di certa politica.
All’inizio il copione è quasi sempre lo stesso. Chi muove i primi passi si mostra disponibile, presente, vicino alla gente. Risponde ai messaggi, richiama, ascolta. Frequenta i territori, si interessa ai problemi, si mette in gioco. Si parla di valori, di impegno sociale, di battaglie per gli altri. L’umiltà appare sincera, naturale, senza forzature. Poi arriva il consenso. Arriva il ruolo. Arriva il potere. E qualcosa si rompe.
Quel telefono che squillava e trovava sempre risposta, improvvisamente resta muto. Le chiamate diventano senza esito, i messaggi restano lì, sospesi. Le porte si chiudono. Anche rapporti costruiti nel tempo si incrinano o spariscono del tutto. Persino amicizie nate fuori dalla politica si raffreddano, come se non fossero mai esistite davvero.
Subentra un altro atteggiamento. Più distante. Più rigido. A tratti arrogante. È come se la posizione sociale del momento dettasse un nuovo modo di essere, oscillando tra educazione di facciata e superiorità nei comportamenti. Una sorta di umiltà ad orologeria: presente quando serve, assente nella quotidianità.
Chi vive da vicino queste dinamiche, come chi lavora nel mondo dell’informazione, ha il privilegio – o il peso – di poter fare confronti. Di vedere le differenze nel tempo. Di osservare le trasformazioni. E il quadro che emerge è spesso chiaro: esistono almeno tre versioni della stessa persona.
C’è quella degli inizi, fatta di entusiasmo e apertura. C’è quella dell’opposizione, combattiva, pronta a criticare e a stare tra la gente. E poi c’è quella di chi viene eletto, che cambia tono, postura, distanza. Tre fasi, tre atteggiamenti, tre identità che raramente coincidono.
Il meccanismo non è nuovo, e non riguarda solo la politica. Anche nel mondo dello spettacolo funziona allo stesso modo. Quando si è all’inizio si cerca visibilità in ogni modo, si accettano inviti, si coltivano relazioni. Quando si raggiunge il successo, invece, per parlare con qualcuno bisogna passare da filtri, richieste, autorizzazioni. La distanza diventa parte del personaggio.
Eppure, davanti alle telecamere o nei dibattiti pubblici, si continua a parlare di valori. Si invoca il rispetto, si richiama l’importanza dell’umiltà, si difende la centralità delle persone. Parole che spesso suonano bene, ma che nella realtà quotidiana trovano poca corrispondenza.
È qui che nasce l’amarezza. Perché la distanza tra ciò che si dice e ciò che si fa diventa evidente. E chi osserva, chi ricorda, chi ha vissuto certe fasi, non può fare a meno di notarlo.
Allora cosa resta? Resta il tempo. Perché è il tempo l’unico vero giudice. È il tempo che smonta le costruzioni artificiali, che fa emergere la coerenza o la mancanza di essa. L’umiltà vera non ha bisogno di essere esibita nei momenti opportuni. Non cambia con il ruolo, non si adatta alla convenienza.
L’animo sociale a convenienza, invece, è fragile. Prima o poi si incrina. E quando succede, lascia spazio a ciò che davvero si è.
E forse è proprio da qui che bisognerebbe ripartire: dalla capacità di restare gli stessi, anche quando si arriva. Perché il successo, da solo, non definisce una persona. Ma il modo in cui lo si vive, sì.
Matteo Lauria – Direttore I&C
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